DIARIO DI UN CANDIDATO | Giorno NOVE

Martedì abbiamo avuto l’incontro per presentare la lista nella frazione di Prata, località a circa una decina o poco più di chilometri dal Capoluogo, con poco meno di 600 abitanti.

Possiamo dirlo senza nasconderci dietro un dito che Prata, in questi cinque anni di amministrazione, è la frazione che ha ricevuto meno attenzioni di tutte; martedì abbiamo cercato di dimostrare tutte le migliori intenzioni, presentandoci quasi al completo della squadra.

La sala di quello che una volta era il Teatro era già allestita con i tavoli per i candidati e le sedie della platea; abbiamo affisso qualche manifesto all’esterno e all’interno, aperto il roll-up e collegato il PC a un televisore sul quale far girare un video e le slide con i nomi dei candidati e il programma della lista.

Poco pubblico, tanto che all’inizio c’era più gente in attesa nell’attiguo ambulatorio che in sala, poi più numerosi noi dei presenti, e infine circa venticinque persone. Molti dei presenti si conoscevano con alcuni della lista, tra i quali, me compreso, alcuni hanno un legame più o meno diretto con Prata, io appunto ho avuto nonno, babbo e zio che hanno abitato qui i primi anni dopo il loro arrivo dalle Marche e zio ci ha vissuto tutta la sua vita, cosa che non ho mancato di ricordare (insomma, un minimo di ingenua captatio benevolentiae…). La sensazione comunque era di un pubblico che nella maggior parte dei casi fosse, come dire, già fidelizzato, senza una vera e propria necessità di convincerlo delle capacità, professionalità o simpatia dei candidati o della bontà del programma. Gli unici sussulti infatti sono arrivati da una dei presenti che verso la fine dell’incontro ha argomentato puntualmente le proprie domande, alle quali però è stato risposto, mi è sembrato, in maniera esaustiva.

Quello che credo di aver capito, diciamolo, è che le frazioni sono un bel problema. Mi spiego.

Si tratta di piccoli centri abitati che hanno una loro storia, dei loro usi e costumi, tradizioni, modi di dire, piatti… insomma delle identità ben precise, che a partire dall’età napoleonica e definitivamente normate nel 1954, si trovarono suddivise in base alle condizioni antropogeografiche rilevate e tracciate su una carta topografica sottoposta all’approvazione dell’ISTAT, l’Istituto nazionale di statistica. È ovvio che un metodo per definirle, circoscriverle e identificarle doveva essere pur adoperato, anche se pare più una forma di classificazione in uso per il regno della flora e fauna. E non che prima di Napoleone le cose funzionassero diversamente, perché, generalizzando, sono passate dal dominio del Signorotto locale, ad essere proprietà di abbazie, per passare sotto famiglie locali sempre più potenti, per poi finire sotto il dominio della Repubblica senese, poi quello di Firenze, inglobate nel Granducato di Toscana e infine nell’Italia post risorgimentale.

Ora la domanda che mi pongo è questa: come può riuscire un’Amministrazione comunale a non sembrare la prosecuzione di uno dei tanti domini che hanno caratterizzato la storia delle frazioni? Perché non si tratta solo di opere pubbliche, che sono si essenziali, ma forse occorre un coinvolgimento biunivoco, per spiegarmi con i miei concittadini con una esempio, il primo che mi viene: avere una delegazione del Castello di Prata ospite nel corteo del Balestro del Girifalco; oppure, semmai fosse organizzato un mercato con prodotti tipici o la presenza di artigiani (i pochi rimasti), coinvolgere in qualche modo le frazioni ed averle come ospiti e magari ospiti d’onore.

Sono solo due esempi, forse più due segnali di attenzione che altro, immaginati così su due piedi, ma è dallo scambio che si muove attivamente in entrambe le direzioni che nasce sempre qualcosa di buono e ci si dovrebbe lavorare per capirne le possibilità e, se ce ne sono, le potenzialità, per provare a stabilire un rapporto paritetico, non come tra suddito e sovrano, ma tra alleati.

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