exAGITATI

Ieri sera, in compagnia di amici, siamo stati a Grosseto alla manifestazione “AGITIAMOCI – CONCERTO ANTIFASCISTA” contro il raduno di CASAPOOUND in svolgimento in un villaggio di Principina a mare.

Se dovessi definirmi politicamente in qualche modo potrei dirmi senza dubbio antifascista, ciò nonostante iniziative come quella di ieri non mi ci riconosco perché sono dell’idea che non servano a un bel niente, se non a mettere in scena una sorta di nostalgica autocelebrazione; ancora più inutile in una circostanza come questa in cui una formazione politica, di chiaro stampo fascista come è CASAPUOND, tiene tranquillamente un suo raduno a 15 chilometri da dove invece eravamo noi. Altro che concerto, si doveva andare all’ingresso del villaggio che ospita CASAPOUND e pacificamente (e qui davvero mi impegno tantissimo e metto tutta la forza che ho nei miei fragili nervi) ricoprirli di pernacchie, Totò docet: https://www.youtube.com/watch?v=1g-EhXsG21M&t=13s 

La manifestazione tenuta al Parco Ombrone ha finito col sembrare solo una curiosa coincidenza con l’iniziativa dei fasci, là avranno cantato Giovinezza, di qua Bella ciao, in contemporanea, come fosse una casualità, una festa di là, una festa di qua; ma si potrà combattere il fascismo che ti entra in casa con una festa?

E infatti non è servita a un bel niente, perché ha parlato a gente che è già antifascista, davanti al palco c’erano solo persone che in quei principi sacrosanti già ci credono e non c’è bisogno di spiegargli da che parte si dovrebbe stare.

Poi è vero che condividono quegli ideali in un modo, appunto, nostalgico, il rovescio della medaglia dei fascisti, quindi con tutta una comune retorica stantia che è un inutile relitto del passato (e mi viene da pensare a un amministratore locale che di questa retorica ha fatto il proprio cavallo di battaglia), retorica accompagnata dall’immancabile campionario di personaggi che hanno del caricaturale, né più né meno del Camerata Catenacci del comico Giorgio Bracardi o dell’Assessore Palmiro Cangini; una retorica fatta di cantautorato folk tutto sommato banale, delle t-shirt con Che Guevara, di letture dal palco scelte in maniera poco appropriata rispetto al tema della serata, in tanti uomini con i capelli troppo bianchi e troppo lunghi, ormai fuori tempo massimo, legati col codino (riuscite a immaginare qualcosa di più tristemente nostalgico?) e poi un’età media decisamente troppo alta, tanto che addirittura io finivo col contribuire ad abbassare la media, ed è tutto dire, segno che, se è vero che le nuove generazioni sono distanti dai temi della politica e dell’antifascismo, è anche vero che forse forse non c’è stata una comunicazione sufficientemente efficace nel convincerli.

Sarebbe servito molto di più un presidio in Piazza Dante, in centro a Grosseto, con poche persone preparate che raccontavano perché ancora oggi è fondamentale essere antifascisti, forse sfidando il rischio di non essere ascoltati, ma senza ricorrere a tutta quella autoreferenzialità che sembra indispensabile e che infatti è irrinunciabile, niente servizio della tv locale, niente servizio d’ordine con la pettorina CGIL a vigilare si e no su duecento persone, niente PASS per lo staff e gli artisti che si esibivano, niente gazebo del partito di riferimento, niente tavolo per l’autofinanziamento, niente banchetto per la birra alla spina a sei euro e cinquanta, cinque la birra + uno e cinquanta il bicchiere di plastica riutilizzabile.

Se poi il regolamento che norma l’utilizzo di Piazza Dante limita, se non vieta, quasi ogni tipo di iniziativa a sfondo politico, sarebbe stata addirittura più incisiva (ora improvviso, eh) un’azione tipo guerriglia marketing: una ragazza e un ragazzo che provano a fermare le persone raccontando loro i valori dell’antifascismo, quando all’improvviso sbucano fuori tre o quattro figuri vestiti da giovani italiani del littorio che vogliono menargli; qualche grida, qualche spintone, pochi istanti e poi gli uni spariscono in una direzione inseguiti dagli altri, tutti dileguandosi letteralmente; ripetere un paio di volte o tre a distanza di mezz’ora e anche il giorno dopo, forse in un centro commerciale, o fuori da una scuola, nell’atrio dell’ospedale…

I nuovi fascismi, che non sono più quelli con la divisa in orbace e il fez in testa, non si affrontano con slogan ormai vuoti da secondo dopo guerra, che al massimo rassicurano l’elettorato dai settantacinque anni in su, mentre per il resto non servono a niente.

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