
In sosta ad Abu Dabhi, 8 ore trascorse tutto sommato bene, girellando dentro lo scalo, sonnecchiando, leggendo, smangiucchiando qualcosa.
Da ragazzotto di paesello che altro non sono, immaginavo che avrei visto un monte di uomini in tunica e kefiah, indaffarati tra un gate e l’altro e invece macché, dieci a dire tanto, che potremmo trovare in un qualunque altro grande aeroporto.
Enorme duty free, decorazioni natalizie un po’ kitsch, un coro tailandese che canta brani gospel nel villaggio di Natale intorno all’albero.
Da segnalare solo due fatti; il primo riguarda una signora che insistentemente ha provato a percorrere contromano un tappeto mobile, fino a quando si è accorta che in troppi la stavano osservando e che doveva esserci qualcosa che non andava.
L’altro, questo: lui e lei, due ragazzi sui venticinque anni, consultano il cellulare, danno un’occhiata a una borsa lasciata sulla poltrona della sala di attesa, un’occhiata in giro e se ne vanno.
“Guarda questi, sportivi, lasciano la loro roba qui vanno a farsi un giro…” mi sono detto.
Mi rimetto a leggere; poco dopo rialzo gli occhi e vedo la borsa ancora lì, dei ragazzi nessuna traccia “Boh, tranquilli loro…”
Gia, tranquilli loro, ed io? Si insinua un pensiero: e se la borsa contenesse una bomba? “No dai, vedi che tra poco tornano, sono qua in giro…” e inizio a scandagliare con lo sguardo l’enorme spazio, si dovrebbero notare bene, entrambi alti, vestiti di nero, portamento
elegante… ma niente, non li vedo proprio.
aspetto dell’altro,e sito un po’ e alla fine mi alzo risoluto e vado a sedermi accanto alla borsa, che se davvero ci fosse una bomba stargli a due metri invece che a cinquanta centimetri non farebbe grande differenza; quasi mi accosto con l’orecchio, come se, ingenuamente, si potesse sentire il ticchettio della sveglia puntata sull’ora dell’esplosione. Ovviamente non si sete nulla, così torno al mio posto.
In tutto ciò sono passati già 40 minuti da quando i due se ne sono andati e me li immagino con i complici dentro un suv nero che sfreccia il più lontano possibile dal luogo della strage, mentre qui dentro, parcheggiata pochi metri più là, c’è una golf car della polizia senza nessuno sopra, e quando li riprendono con quella…
Mi faccio coraggio e col mio scarsissimo inglese* provo a chiedere a un tipo seduto lì vicino, sperando di capire cosa risponderà: “excuse me, that bag is of your friends?” mi guarda e capisco solo che non sa di che amici parlo né di quale borsa: mentre andavo verso di lui i due ragazzi sono tornati, hanno preso la loro borsa e se ne stanno andando, mi volto per capire se avevo indicato bene la posizione della borsa e li vedo di spalle mentre si allontanano, lui getta dentro da un cestino il bicchiere della bibita di un fast food. Ok, pericolo scampato, tutto a posto; un ragazzotto di paesello, l’ho detto, no?
Alle tre di notte nuovo imbarco per Bangalore, manca poco ormai.
*su questo tema dell’inglese dovrò tornarci più avanti.