
Per un non credente agnostico come me, il Sri Krishnarajendra Market di Bangalore rappresenta una visione, una Epifania su cos’è l’India, almeno quello che credo essere una buona parte dell’India.
Assediato dal traffico della città, è una zona franca dalla circolazione, ad esclusione dei mezzi commerciali (e sono comunque tanti) e dei numerosi scooter che si infiltrano sempre ovunque.
Il mercato è grossomodo un quadrato che ha nell’angolo in alto a sinistra un grande edificio disposto su quattro piani più un seminterrato e nel lato opposto un lungo e stretto edificio a due piani alla base del quale si aprono i piccolissimi locali e su due file parallele, disposti sul terreno, un’infinità di venditori di frutta e
verdura bellissima, a volte semplicemente ammucchiata altre volte esposte a formare delle piramidi di noci di cocco, papaya, agrumi, mele per esaltarne l’aspetto. Tra i due edifici si trova la via principale e, in basso rispetto al grande edifico e perpendicolare a quello lungo,
un’altra strada ma secondaria.
Per lo più seduti per terra, o su dei panchetti, al riparo di teli tirati con delle corde o di ombrelloni, appena incroci lo sguardo dei venditori questi sorridono, ti propongono i loro prodotti, ti chiedono se vuoi fare una foto e da dove vieni per poi sorridere ancora e, paradossalmente, sembra non avere quasi importanza che tu non acquisti nulla; anche solo questo fa passare in secondo piano il rumore del traffico e i clacson che arriva da fuori, la fanghiglia di pioggia dell’altro giorno, terra e verdure marce che ricopre
l’asfalto pieno di buche.
L’edifico di tre piani è un labirinto in cui si fatica a trovare il grande cortile interno dove avviene la vendita della collane di fiori, con cui omaggiare le varie
divinità, che qui sono realizzate. Nel perimetro del cortile, ma anche al terzo e quarto piano, una serie che sembra infinita di cubicoli pieni di fiori, all’interno dei quali due o tre persone compongono queste che sembrano delle
vere opere d’arte, un esplosione di colori.
Sono rientrato in stanza in uno stato d’animo che fatico a descrivere, perché c’era quasi esaltazione per aver respirato quella vita, ma anche gratitudine per essere stato ospite di quella vita che mi era stata porta col sorriso, con quel loro leggero ondeggiamento del capo.
Davvero se non fossi venuto ogni descrizione non avrebbe potuto neanche lontanamente rendere l’idea di cos’è questo posto.
Si certo, la sporcizia, il traffico, il caos… ma è un luogo che non si può misurare con i nostri strumenti, qui si è davvero altrove e tutto quello che potrebbe sembrare intollerabile finisce col passare in secondo piano.
Terribile e bellissimo allo stesso tempo.