
Agli indiani piace farsi le foto, piace da morire; ma se c’è una cosa che piace ancora di più è farsi le foto con i turisti europei: “Where are you from” e da lì parte lo spettacolo: ti chiedono di farsi una foto con te manco fossi un divo di Bollywood, solo per il fatto che hai un aspetto diverso dal loro, quasi “esotico”, provieni da lontano, dall’Europa.
E se specifichi “from Italy” la loro meraviglia e ammirazione si moltiplicano, anche se alcuni di loro dà l’impressione di non sapere, come è lecito che sia, dove si trovi un piccolo paese rispetto all’enorme continente India; provi ad essere più specifico “in Europe, like German, England, France…” ti sorridono forse più per non deluderti che davvero convinti.
Ti chiedono come ti chiami, da quanto sei arrivato, quanto resterai, se conosci la loro città, cosa andrai a vedere, se parli (chissà mai perché) l’indi o quel tale dialetto o quello di un tal altro stato e mentre lo fanno scattano i selfie singoli, di gruppo, con i compagni di classe
preferiti (è successo con almeno tre scuole in gita e una scuola di canto in città per un concorso nazionale), prima con tutti i maschi e poi con tutte le femmine, con i professori (uno di lingua, uno di storia e l’altra di scienze).
Ti fermano, sempre in modo assolutamente garbato, ventenni a passeggio come intere famiglie con nonni e nipoti appresso.
Se mentre passeggi o visiti un museo, o te ne stai seduto in disparte su una panchina dei giardinetti, fai lo sbaglio di mostrare un momento di esitazione, questo può risultare fatale, in un attimo da un grigio personaggio di un paesino di provincia ti trasformi in una stella del
cinema.
Poi ieri, davanti a un cartello con la descrizione di un tempio, si avvicina un tipo con lo smartphone, “vuole un selfie” ho pensato, sorrido e preparo la posa, ormai so come si fa,
“sorry, excuse me…” e mi fa capire se posso scansarmi, doveva solo fotografare il cartello…