
Ognuno si rapporta alle circostanze che la vita gli presenta davanti con gli strumenti che questa gli ha fornito, ereditati dai genitori, mutuati dalle frequentazioni, attinti dall’esperienza del vivere. Sono gli attrezzi del mestiere per incontrare il prossimo, gli amici, i parenti, i conoscenti, i perfetti sconosciuti che ti chiedono un’indicazione per il centro, la persona che si ama.
Sono attrezzi e basta, non dovrebbero essere norme da codice penale, leggi da rispettare, la cui violazione comporta sanzioni, perché quasi mai la qualità degli attrezzi che ci troviamo a utilizzare dipende esclusivamente da noi, e neppure la capacità di usarli, anche se l’impegno aiuterebbe parecchio. Possiamo occuparci della loro manutenzione: affilare una lama o smussarla per affrontare un diverbio, oliare uno snodo o forzarne il funzionamento per tacitare un attrito, sostituire un pezzetto o toglierlo per migliorare lo scorrimento, ma sono poi sempre quelli che ci siamo trovati nella cassetta degli attrezzi, senza neppure un manuale di istruzioni, tanto “cosa vuoi che ci voglia a imparare a usarli“, ti dicono.
Poi un giorno, in maniera per niente inattesa, muore tuo babbo, e scopri che quegli strumenti, pochi o tanti che fossero, e indipendentemente dalla tua capacità di adoperarli, non sono serviti a niente: né a te, nel tentativo di usarli, né a lui, che ormai non ne aveva più bisogno. Ti trovi disarmato e tutto quello che hai a disposizione per affrontare la morte di tuo babbo è cercare di comprendere di quali strumenti disponesse lui per darti il suo amore, che c’era, e che forse solo negli ultimi giorni siete riusciti a dimostrarvi: lui senza più parole, con pochissimi sguardi annacquati, solo con il continuo tentativo di abbracciarti da sdraiato sul letto, cercando fino all’ultimo le mani di chi si avvicinava, quelle di mamma, di Glandys, di zia Carla, le mie, anche quello forse come un ultimo saluto: teniamoci ancora una volta stretti. Quasi fino all’ultimo, con i gomiti appoggiati sul letto e gli avambracci alzati, le mani che si aprivano e chiudevano nel gesto di salutare “ciao ciao“, come fanno i bambini.
Ha iniziato a farlo l’ultima volta che ha voluto stare un po’ sul divano. Dopo due giorni dal rientro dall’ospedale ha cominciato a cercare le mani di chi gli si sedeva accanto, le teneva, si faceva tenere le sue. Quando è toccato a me, gliele accarezzavo mentre guardavo i suoi polsi che si erano assottigliati e adesso somigliavano ai miei. Ha sempre avuto le mani un po’ tozze, il pollice è rimasto lo stesso, le altre dita si sono affusolate e hanno finito con l’essere quasi eleganti, non da uno che le ha sempre usate per lavori pesanti. Gli carezzavo il palmo, il dorso, quelle dita improvvisamente eleganti, e ho sperato che attraverso quel contatto potesse arrivargli qualcosa, tutte le cose che non gli ho mai detto, o anche solo qualcuna, e sarei già stato contento. Un milione di cose non dette, gesti non fatti, telefonate lasciate lì, pensieri rimandati.
Quando mi diceva che era meglio morire che stare lì in quel modo, ho provato a rasserenarlo, ma come si rassicura una persona che sa di essere arrivata a fine corsa? Cosa gli si può dire? Io con i miei strumenti per parlargli, lui con i suoi per starmi a sentire, se ne aveva ancora la voglia e la forza. “…Pensa alle cose belle e importanti che hai fatto, alle difficoltà che hai superato, alle soddisfazioni che ti sei preso… Tu e mamma avete fatto durare il vostro matrimonio per sessantacinque anni e mica sono capaci tutti di farlo, ci si deve impegnare, ci si deve lavorare. E poi Fabio e me… I figli sono buoni tutti a farli, è crescerli in tutti i sensi che è difficile. È lì che si vede se una persona è una persona vera oppure no, e tu e mamma lo avete fatto…” A tratti mi è sembrato che un po’ annuisse, ma chissà.
Quando se n’è andato, eravamo lì accanto, in attesa di quell’ultimo respiro. Ho chiuso l’ossigeno, tolto la mascherina e gli ho dato una carezza sulla guancia. Non mi è venuto da piangere, lo avevo fatto qualche giorno prima, quando era chiaro che da quella vita ormai c’era solo da aspettarsi quegli ultimi abbracci, quelle sue mani strette e quei suoi “ciao ciao“.