POST BALESTRO

Ci sono notti durante l’anno in cui non si dorme. Non per via del caldo, o del vino, ma perché i vicoli suonano come tamburi e le parole si alzano alte come le bandiere.

A Massa Marittima, c’è qualcosa che si muove ogni anno, qualcosa che ha iniziato a prendere vita ottocento anni fa.
Qualcosa che ha la forma di una festa, il profumo del legno, la consistenza del travertino e il colore del tempo.

La chiamano rievocazione, folklore. tradizione, ma forse sarebbe più giusto chiamarla cura: la cura dei gesti, la cura del gruppo, la cura della memoria.

Quando vedi un ragazzo lanciare una bandiera e riprenderla in volo, non stai guardando il passato, stai guardando qualcuno che dice: “Io ci sono; ancora qui; anche oggi.”

Dietro ogni costume, ogni rullo di tamburo, ogni bandiera dipinta, c’è una domenica rubata al mare. Dietro ogni tiro con la balestra, una concentrazione che sa di arte marziale.

E allora viene da chiedersi se è ancora folklore se ci tiene svegli, attivi e in relazione gli uni con gli altri?
Se ci costringe a incontrarci per strada per guardare insieme lo stesso corteo?
Se ci salva?
O forse dovremmo smettere di chiamarla tradizione, e cominciare a chiamarla resistenza culturale?

Massa Marittima ha inventato un modo per non sparire: ha indossato se stessa.
Ha fatto dei suoi Terzieri una grammatica di gesti, suoni, silenzi…
E chi partecipa lo sa che non si fa per folklore. Si fa per ricordare chi siamo, e per non addormentarci mentre il mondo cambia.

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