
Non ricordo. Non mi ricordo niente, mi dimentico tutto, mandato a memoria è come mandato a quel paese, e manco di quello ricordo il nome e neppure dov’è.
Scordo le chiavi, gli appuntamenti, gli avanzi nel frigo, le ricorrenze, dimentico le parole; così non riesco rientrare a casa, arrivo in ritardo (se arrivo), rischio l’intossicazione alimentare, perdo tutti gli amici, resto muto; tutto scordato, come uno strumento dimenticato in soffitta per dei lunghi anni per niente memorabili.
Sarà appunto per via di quel sotto tetto angusto e pieno, che ormai è diventata la mia testa, un luogo dell’oblio quotidiano, dove i volti si sovrappongono a nomi che non sono i loro, dove le premesse deludono le aspettative, le speranze dimenticano, anche loro, le premesse che stavano a monte, potete immaginare i disastri che ne conseguono, ma cosa ci posso fare, se addirittura, certe volte, mi stupisco ancora che le cose non tornino.
Ho dimenticato quando sono nato, chi erano mamma e babbo e gli altri familiari, se ce li avevo, fratelli, sorelle, mogli, figli, chissà. Niente indirizzo, niente ricordi di quando giocavo per strada, se mai avevo una strada in cui giocare o una campagna da correrci, ma forse non era neppure qui, era un altro pianeta, dove non si correva, si fluttuava liberi senza la necessità di ricordare di dover fare attenzione alle auto, alle buche nell’asfalto, ai cani randagi, alle serpi nei campi, alle siepi di rovi ai bordi dei prati, ma figuriamoci se ho tenuto a mente la rotta per una galassia così diversa e lontana da questa…
Un ippocampo incontinente, quel punto nel cervello che è come non averlo, non mi aiuta non trattiene, un puntuale mancato consolidamento di ciò che passa di lì, senza lasciare traccia di sé, hai voglia a stimolare il talamo anteriore, macché!
Incontro i compagni di scuola e non ricordo il loro nome e non basta il trucco «Scusa, come ti chiami?», «Antonio», «Si, quello lo so, dicevo il cognome…» che tanto due secondi dopo mi sono già scordato pure di quello, hai voglia a partecipare alle periodiche celebrazioni della maturità, fossero persino una all’anno. Dio che disperazione e che rabbia a volte!
E ancora: di lavoro che faccio? Mah! Saperlo potrebbe essere di aiuto per capire meglio chi sono e da dove vengo e forse (magari!) dove vado. Sarebbe utile trovare un indizio che mi spieghi questi fogli che trovo qua in giro, che a volte mi sembrano disegnati o scritti non so da chi. È un po’ come se mi fossi introdotto in casa d’altri, incuriosito per la sorpresa e dallo stupore di trovare cose in cui mi sembra di riconoscermi, anche se apparentemente non sembrano mie. Ogni tanto mi capita tra le mani qualcosa che sembra familiare, che forse ho già visto (ma quando, maledizione!) magari appartenente a una vita passata, una delle almeno due vite che mi sembra di aver già vissuto (e questo si che me lo ricordo, Cristo!). Giro e rigiro tra le mani questa cosa, la peso, la valuto «ma guarda te che roba…» e nel dubbio sospendo il giudizio, sia mai che mi inganno e m’illudo, ci manca altro che questo.
Capite quant’è difficile la vita di quelli come me? Senza neppure lo straccio della giustificazione di una patologia neurodegenerativa, che malignamente cancella tutto il bello e il brutto che c’è stato, modifica i contorni, smussa gli spigoli, cambia i colori, annulla tutta la dolcezza che c’era. Io invece taglio via tutto quanto, come se fossi armato di bisturi, separo il bene dal male e quello, come si fa, ce l’ho chiaro in mente, ma non mi serve a un bel niente, perché non ricordo mai che da qualche parte ci deve pure essere il momento esatto in cui smettere di praticare sia l’uno che l’altro e allora divento aggressivo o troppo indifeso, non per cattiveria, solo per proteggermi sia dal male quanto dal bene.
Servirebbe un tutor, ecco quello di cui avrei bisogno! Qualcuno che segni sul calendario le cose da fare, da dire, da verificare, qualcuno che scriva i nomi giusti delle persone sulle loro foto, qualcuno per appiccicare un’etichetta sopra i sentimenti, un promemoria che ne spieghi le modalità di utilizzo e, sopratutto, di manutenzione, perché è di quello che si parla: del tentativo di non perdere nulla per strada, di non dimenticare nessuno.
Mi occorre qualcuno che, differentemente da me, non debba poi andare a cercare dove diamine ha messo quelle pagine con tutti quei giorni e le note con scritte le istruzioni per affrontare la vita, l’amore, la morte.