
La nostra gatta, Rosita, non ce l’ha fatta.
Da una decina di giorni circa mangiava poco o niente, beveva soltanto. I suoi movimenti erano rallentati, passava gran parte del tempo su una sedia davanti al finestrone che da sul terrazzo.
La notte non saltava più sul letto per farsi fare due coccole e addormentarsi lì.
Quando andava in giro per casa, quel poco che ancora andava, appena entrata in una stanza si fermava, occhiate lente a destra e sinistra, come volesse guardare per un’ultima volta questi spazi in cui abitiamo insieme da soli per quattro anni, dopo i precedenti undici vissuti a Bologna.
Lei non era di casa, lei era di famiglia; si era conquistata i gradi col la sua capacità, o semplicemente l’istinto, di rapportarsi in modo diverso con ognuno di noi, con i ragazzi, con Sabrina, finché c’è stata, e con me; con gli agguati reciproci tra lei e Jacopo da piccolo, pieno di graffi ma che non si staccavano l’uno dall’altra. La dolcezza verso Leonardo e verso Sabrina, che la faceva saltare sul piano di appoggio della sedia a rotelle, andare a cercare le sue mani immobili e appoggiarsi lì a fare le fusa, lei a fare le carezze, a suo modo, invece che farsele fare. Con me, sempre vicina nei momenti di disperazione di quegli anni, come volesse consolarmi e mi consolava! E poi in questi ultimi anni massetani, come fossimo della stessa razza, fiduciosi l’uno nell’altra, con i meccanismi rodati di una coppia di lunga data, il suo dormirmi accanto durante l’inverno, il rimproverarmi se torno tardi la sera dopo tutto il giorno fuori…
La guardavo su quella sedia come ricordo di aver visto nonna Jolanda nei suoi ultimi giorni, ad aspettare un raggio di sole, socchiudendo gli occhi dietro ai suoi ricordi.
Avrei voluto fosse più libera Rosita, sento il peso della prigionia cui è stata costretta tra queste mura, specie quando andava in terrazza ad annusare l’aria, seguendo il volo gli uccelli che passano qui davanti, per guardare, forse con un po’ d’invidia, il gatto dei vicini che entra ed esce a suo piacimento di casa per scendere giù nel cortile.
E un po’ anche per questo che non vorrò più avere animali, dopo Rosita, per non renderli schiavi dei brevi momenti che riusciamo a dedicare a loro nell’arco della giornata, rubati al lavoro, alla famiglia, agli amici.
Negli ultimi due giorni, nonostante i tentativi del mio amico veterinario, era sembrata repentinamente peggiorare, non ce la faceva più a saltare sulla sua sedia. Beveva soltanto e neppure il prodotto prescrittole le aveva riacceso almeno un poco l’appetito, lo aveva assaggiato appena e poi rifiutato ogni volta che ci ho provato. Pisciava dove le veniva senza fare in tempo ad arrivare alla lettiera, poi se ne restava lì ferma, quasi mortificata e un po’ in imbarazzo per quell’involontaria incontinenza.
Credo che abbia sofferto, ma non so darne la misura, ha sempre miagolato pochissimo in vita sua, se non in rare occasioni, non avevo quel campanello d’allarme; piuttosto la sua sofferenza mi sembrava evidente nel vederla camminare lenta, affaticata, nel non riuscire più, come ho detto, a salire sulla sedia o sul letto. Non so com’è andata, spero che la sua vita sia terminata serenamente, anche se non so se si può parlare di serenità nel fine vita di un animale.
Ho un po’ pianto…
L’ho sepolta in campagna, sotto un albero di mimosa, avvolta in una telo bianco come un sudario.
Ci siamo voluti bene cara Rosita e ti ringrazio per tutto quello che ci hai dato.