Il Morbo di Power Point

icon_powerpoint08Ho ritrovato nel mio archivio questo articolo che a suo tempo reperii sul http://www.gandalf.it sito che mi è stato utilissimo con una lunga serie di consigli in materia di comunicazione.

Ho pensato di riproporlo così come lo scaricai. Buttateci un occhio, ne vale la pena

IL MORBO DI POWER POINT

Molte malattie moderne hanno origini antiche. Non è difficile immaginare un nostro remoto antenato che, scoperto un modo efficace e veloce per disegnare un bisonte, riempisse le caverne di interminabili dipinti celebrativi con un’infinità di storie di caccia – che poco avevano a che fare con la sua reale abilità di procurare l’arrosto per la sua famiglia o la sua tribù.

La “sindrome di powerpoint” è un malanno noto e abbastanza ben diagnosticato da puntuali analisi di efficienza organizzativa e di qualità della comunicazione.

C’è chi lo definisce disinfotainment. C’è chi afferma che il modello powerpoint ha gravemente impoverito la comunicazione interna nelle imprese. C’è chi, come la Sun, ne ha bandito l’uso dalla sua organizzazione. Eccetera…

L’origine, naturalmente, precede di parecchi anni l’uso di tecnologie elettroniche. Da tempo immemorabile si usano cartelli, diapositive, lavagne, eccetera. Anche senza risalire all’età della pietra, alle maschere e alle macchine da scena del teatro greco, o ad altri infiniti esempi nella storia, tecniche e risorse di ogni specie sono sempre state usate per presentare o illustrare una situazione, un progetto, le qualità e le caratteristiche di un’impresa, di un prodotto o di un’idea.

Splendide pitture e sculture di tutti i tempi, che con cura e piacere conserviamo nei musei, erano nate come strumenti per illustrare un pensiero, una proposta, una convinzione o un’opinione. Ma quasi nessuna delle presentazioni in powerpoint dei nostri giorni merita di essere esposta come opera d’arte – o anche solo come esempio di comunicazione particolarmente brillante e funzionale.

Oggi come allora, meccanismi, sintesi visive ed “effetti speciali” possono essere usati in modo intelligente ed efficace. Per concentrare l’attezione sui punti più importanti, per mettere in evidenza i dati più significativi, per valorizzare concetti che un’immagine può esprimere meglio delle parole. Insomma per spiegarsi meglio.

L’elenco degli effetti e dei trucchi potrebbe continuare all’infinito. E naturalmente si possono produrre illusioni percettive ancora più forti quando si usano immagini in movimento.

Le risorse, come tali, non sono né sincere né bugiarde. Il risultato dipende da come si usano. Una presentazione ben progettata e realizzata rende la spiegazione più efficace e incisiva. Ma se è intenzionalmente truccata può essere la fabbrica degli inganni – o, se non è realizzata con la necessaria attenzione, può ottenere effetti molto diversi da quelli desiderati.

Inoltre una presentazione standardizzata è pericolosa. Induce a seguire un percorso predefinito, ad annoiare l’uditorio o l’interlocutore con la somministrazione obbligatoria di cose che non gli interessano, invece di concentrarsi sui suoi interessi e sulle sue domande.

Una presentazione efficace richiede lavoro, attenzione, competenza. Prove e verifiche, ricerca dei modi espressivi più adatti, coerenza rigorosa e attenta fra i concetti e il modo più efficace per esprimerli.

Anche quando le risorse tecniche erano meno facili e più costose (in termini di tempo e impegno oltre che di spesa) si commettevano errori di ogni sorta – con risultati di involontaria comicità, di pericolosa incomprensione, di distrazione o di noia. Ma era un po’ meno probabile che una presentazione venisse realizzata male, perché la preparazione era impegnativa, richiedeva cura e attenzione. Ora, invece, entra in gioco l’intossicazione da powerpoint.

Sembra tutto facile. Uno spettacolo variamente sceneggiato si può mettere insieme in poche ore. La varietà dei giochini disponibili induce ad eccedere. Il risultato è spesso desolante.

Le risorse offerte dal software tendono a essere sempre le stesse. La monotonia dell’apparenza prevale sulla diversità dei contenuti. L’abbondanza di cosmetici e belletti è disperatamente ripetitiva. L’effetto diventa facilmente soporifero.

Vediamo spesso un presentatore, prigioniero di un formato prestabilito, cadere in desolante imbarazzo davanti alla più semplice delle domande. Perché è addestrato a ripetere, senza approfondirla, la presentazione messa insieme da qualcun altro. O perché, se ne è l’autore, si è fatto prendere la mano dal meccanismo espositivo e ha perso di vista la sostanza dell’argomento.

Il malanno si accentua quando, dopo un incontro o un convegno, invece di un documento scritto viene consegnata o distribuita una copia delle “diapositive”. È evidente che le sintesi o le immagini destinate ad accompagnare una presentazione verbale sono una cosa completamente diversa da un testo destinato alla lettura. Ma la fretta, l’abitudine, l’assoggettamento passivo alle tecnologie inducono ad usare strumenti sbagliati. Spesso, in quel modo, la comunicazione diventa incomprensibile (anche quando non è intenzionalmente truccata).

Il quadro si complica, naturalmente, quando si tratta di comunicazione online. Non solo c’è chi, per mandare sei righe di testo, spedisce un allegato in powerpoint di cinque megabyte. Vediamo anche siti web (o loro parti) che sono grossolane trasposizioni di cose preparate per tutt’altro scopo. C’è anche quel male cronico, già tante volte diagnosticato, che è la prevalenza della cosmetica sui contenuti.

E così continuano a moltiplicarsi le scatole vuote, le apparenze senza sostanza. Cosa poco accettabile in ogni genere di comunicazione, ma particolarmente insensata nel caso di chi si dovrebbe occupare di comunicazione.

Il male di powerpoint, insomma, non riguarda solo l’uso di una particolare tecnologia. È un contagioso morbo culturale. L’abbondanza delle risorse induce all’esagerazione e alla faciloneria. Il culto dell’apparenza facilita gli imbrogli. Dobbiamo imparare a domare la proliferazione selvaggia degli strumenti espressivi per ridurli all’obbedienza, al servizio di ciò che abbiamo da dire – se e quando c’è qualcosa che merita davvero di essere detto e spiegato.


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