L’anno che verrà (caro amico ti scrivo)

dal_settimo_piano

“Ciao Rudy.
Sognavo da sempre il momento in cui avrei potuto appropriarmi del titolo di questa canzone per scrivere a un amico, e adesso che ci sono arrivato non vedo in queste mie righe una seppur minima traccia di speranza, quella che invece si può leggere ancora oggi nelle parole di Lucio Dalla, proprio a un anno dalla sua scomparsa, che fu domani, il primo marzo.
Lo sai bene come sono fatto, ho questi periodi ciclici che si rincorrono, a volte si accavallano e come mi è capitato quasi tre anni fa sono ancora qui alle prese con i miei guai.
Entro a gamba tesa, senza troppi preamboli; non ci sentiamo così spesso, giusto nelle ricorrenze e per le feste comandate, e quando ti racconto qualcosa finisco col farlo sempre con lo stesso tono, lo stesso che uso per queste righe e davvero spero mi scuserai una volta di più.

La novità, se proprio vogliamo vedercene una, è che invece di affidare quello che mi capita alle pagine di un diario, ho preferito mandartelo subito, in presa diretta come si dice, senza starci a girare troppo intorno, mi conosci, e credo non ne resterai troppo sorpreso.
Ho la necessità di scriverle queste cose, per quanto possano essere brutali, per quanto risultino spiazzanti, ma devo farlo, questa tastiera è l’unica forma di esercizio, l’unico esorcismo che ho per scacciare via gli spettri, capisci? E tu mi sei sempre sembrato un buon ascoltatore…

Credevo fosse passata. Era passata…
Ma si sa che queste cose vanno come un sinusoide, almeno credo si chiami così: un’onda con dei picchi in alto e in basso di misura, lunghezza, intensità e frequenza diverse a seconda dei periodi.
L’ultimo periodo di apparente normalità, se n’è andato che saranno quasi quattro mesi, circa dalla fine di ottobre e da lì è stato ogni giorno un po’ peggio, tanto che oggi sto male come non mi è mai capitato, eh! neppure nei tempi più bui, che quando ci sei dentro sembrano sempre i peggiori, ma poi riesci a fare di peggio e finisci col battere ogni altro tuo record con una estrema facilità.

La chiamiamo depressione, una parola che sentita pronunciata da altri ha un tono, mentre se la dico parlando di me ne assume un altro, diventa una parola enormemente ingombrante, fuori luogo, presa arbitrariamente in prestito. 
Eh, magari i problemi sono altri, vai a sapere il perché la gente sta male così quando sta male per questo motivo, la depressione.
Magari si trovano tutti senza più amore, senza più amici, senza un lavoro…

C’è chi ha la possibilità, come dire, intellettuale di andare da chi lo fa di mestiere quello di scioglierti i nodi che ti strangolano dal di dentro, sono quelli che poi riescono a capire e mettere a frutto la maturazione derivata dall’aver intrapreso un percorso di ricerca dentro se stessi.
Io ci provai, ma non fu di grande aiuto.
Che poi credo che uno potrebbe finire con l’abituarsi a stare così, se solo non fosse per il fatto che ogni tanto un’illusione di serenità capita, quel momento più o meno intenso e lungo, durante il quale il sinusoide sale al suo apice, si trattiene in cima al grafico dando l’illusoria speranza che tutto sia ormai alle spalle.

Poi inizia di nuovo a scendere, ce lo aspettavamo, no? quindi perché meravigliarsi e piuttosto non farsi trovare pronti, belli reattivi, con le armi in pugno per opporsi con tutti noi stessi.
No, non va così invece, o per lo meno non è andata così a me.
Non ho dei segnali che servano da preavviso, me ne accorgo solo dopo, quando ci sono dentro, e a quel punto non me ne faccio di niente di aver riconosciuto quel particolare episodio come uno dei sintomi che avrebbero dovuto metterti in guardia, non è servito a nulla ricordarmi soltanto ora di quella frase che doveva farmi suonare forte nei timpani la sirena di allarme…

Mi sento incapace, inutile, inaridito, svuotato.
Faccio una vita che tollero a fatica, una vita fatta di niente.
Una vita dove puntualmente ogni giorno fallisco come uomo, come marito, come capo famiglia, come padre, incapace come sono di trasmettere qualcosa di saldo ai miei figli, che sia un bene immateriale come un principio, incapace di lasciare loro anche solo un bene immobile o mobile qualsiasi: un pezzo di terra, una vesta 50 o una casa sarebbe già un grandissimo successo.

Ho fallito nel lavoro e alla soglia dei cinquant’anni mi sento senza arte né parte.
Incapace nella vita e nella gestione dei sentimenti, 
Ho male allo stomaco da un mese almeno; va e viene, basta un pensiero negativo e mi sale dalla pancia, attraverso lo stomaco fino in gola e da lì inizia il pianto.

Sto davanti alla finestra di camera dei ragazzi a guardare i treni che passano, una bella prospettiva da lì, verso i Colli bolognesi: freccia rossa, freccia argento, treno merci, italo, treno merci, treno merci, treno locale… ecco le mie mattinate a casa, così stupido da non sapere cosa fare in alternativa, appena un po’ intelligente per capire in che situazione mi trovo, ma non abbastanza per riuscire a saltarne fuori.

È che ci dovrebbero ammazzare da piccoli a quelli come noi, che tanto si capisce fin da subito come andrà a finire.
L’altro giorno sono stato un’ora davanti alla finestra spalancata guardando di sotto.
Speravo che quella vertigine mi risucchiasse, cercavo di convincermi che avrei potuto scoprire che so volare, così per farmi forza, così per ingannare l’ineluttabile constatazione che saltando da quel davanzale invece mi sarei più verosimilmente schiantato sul marciapiede molti piani più in basso.
L’unico freno è stato l’imminente ritorno da scuola dei ragazzi e vorrei tanto poterglielo dire serenamente, un giorno, di quella volta che senza saperlo mi hanno salvato la vita.
Dopo un’ora, intirizzito dal freddo, mi siedo in terra, le spalle appoggiate al divano, la gatta si avvicina e inizia a strusciasi; restiamo un po’ così a farci due coccole, mi sdraio, lei prima annusa e poi lecca via le lacrime che mi cadono sul pavimento; vorrei avesse le braccia per farmi stringere un po’, qui sdraiato su un fianco. Sdraiati sul pavimento è il posto migliore dove piangere disperati, perché da la sensazione di avere finalmente toccato il fondo e che più giù proprio non si può andare.

Sono momenti in cui ti servirebbe uno sguardo, una mano, una spalla,una parola anche solo scritta, ma non la trovi, non c’è verso, neppure da parte di chi fino a un attimo prima faceva tante belle affermazioni sul tuo conto e invece, proprio quando serve che ti aiuti, preferisce andarsene per salvare la propria vita piuttosto che capire se c’è qualcosa che si può fare insieme per salvarne due.
Ma va così, che ci possiamo fare, noi depressi siamo un peso, piangiamo spesso, non sappiamo mai che pesci prendere e si potrebbe indurre gli altri a credere che tutto sommato questo stato lo troviamo quasi confortevole, oppure una modo come un altro per passare il tempo…

Ok, credo per oggi sia abbastanza quello che ti ho raccontato.
Non voglio caricarti troppo dei miei guai, ma vedrai che presto ti ritorno sotto.
Ti ho affidato, tuo malgrado, questo ruolo spiacevole di Padre confessore e poi, hai visto mai, magari queste parole potrebbero finire con l’essere di qualche utilità anche per te, oppure per chi legge i tuoi post.

Il solito fraterno abbraccio
tuo Marco…”

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