
La musica t’incanta, ti esalta e sfinisce.
Ti elettrizza, t’innamora e ti uccide; lacrime e risate di gioia mentre canti a squarciagola.
Ti carica e ti scarica, ti riempie e ti svuota, ti fa ricco, ti fa fragile, ti fa forte.
Rifletti, sogni e sragioni; la musica ti carezza e ti schiaffeggia.
La musica ti cerca e ti trova …
La musica fuori dal contesto che gli è più consono ha ancora più fascino; s’innesca un cortocircuito che rende tutto più potente, sublime, quasi scioccante tanta è la meraviglia, che si suoni in un piccolo luogo intimo e raccolto o in uno stadio, sulla pista di decollo di un aeroporto o in una piazza sorta ottocento anni fa, e non fa differenza il genere interpretato.
Le prime edizioni di LIRICA IN PIAZZA, furono le prime occasioni in cui ebbi l’opportunità di ascoltare musica lirica in un luogo che non è quello solitamente deputato, il teatro.
Il mio ricordo è legato all’emozione dall’orchestra intenta ad accordare gli strumenti prima che la bacchetta del direttore mettesse in moto quel complesso meccanismo: tutti pronti, un attimo di silenzio, il gesto e parte la magia delle prime note, alzai gli occhi e sopra le stelle…
Non sono un appassionato di lirica, a casa ho qualcosa ma che riascolto raramente; però, ai tempi della scuola di scenografia dell’Accademia di Belle Arti, ci insegnarono a riconoscerne il linguaggio, le regole del gioco, la vitalità, la potenza, la capacità di generare emozioni sempre attuali ben oltre il passare degli anni.
Quando si parla della manifestazione LIRICA IN PIAZZA non so di che livello qualitativo si parli dal punto di vista musicale e del canto, ma del resto non lo saprei neppure se si parlasse della Scala, altro non posso se non fidarmi di chi sa della materia.
Quello su cui sono invece certo, perché è un po’ il mio mestiere, è l’aspetto visivo di questo tipo di rappresentazioni, appunto fuori dal loro contesto abituale, che è quello al chiuso di una scatola chiamata teatro. Per LIRICA IN PIAZZA le regole imposte dal consueto linguaggio teatrale in uso dovrebbero saltare per far assumere allo spettacolo una veste diversa, svincolata dal boccascena, dal golfo mistico, dalle quinte e dagli spezzati che simulano l’ambientazione. Questo ancora di più se, come a Massa Marittima, c’è l’opportunità di utilizzare un palcoscenico naturale, anche se artificiale, come il sagrato della Cattedrale.
Utilizzare l’impianto scenico come viene fatto per Lirica in Piazza non aggiunge nulla alla qualità dello spettacolo, credo anzi che lo impoverisca, perché viene scimmiottato uno spazio chiuso, in base a delle esigenze e delle regole che con una piazza non c’entrano nulla: quinte dipinte, palchi praticabili, fondali ed elementi di arredo ai quali è affidato l’ingrato compito di portarci a Siviglia o a Mantova, ma che invece restituiscono appena il sapore polveroso del magazzino delle scenografie.
Travi in alluminio che sorreggono l’impianto luci a vista come si potrebbe fare per un qualunque evento di lancio di una nuova auto o per illuminare la platea di una convention aziendale, il tutto appoggiato nel cuore di una piazza del 1200, con la quale questi oggetti non hanno nulla a che spartire.
Lasciando intatta questa interpretazione, semmai quello che ci vorrebbe è una scatola vera e propria, tre pareti e un coperchio, che isoli il contenuto, la scenografia dello spettacolo, dal contenitore, la piazza che lo ospita con la sua architettura, così che non si crei una commistione di stili e oggetti diversi che non dialogano affatto tra di loro, il tutto a danno della messa in scena.
Quanto sarebbe più efficace affidare la suggestione della scenografia, per esempio, a una serie di superfici verticali anonime, magari disposte su diversi piani prospettici, illuminate o lasciate in ombra, con luci bianche o colorate, per sottolineare i vari momenti dello spettacolo, superfici libere di rapportarsi con le colonne della Cattedrale o con il balcone del palazzo Vescovile, dal quale magari un soprano canta il suo amore per il tenore, mentre il baritono esce a vista dalla porta laterale del duomo per entrare in scena e dire la sua contro quel sentimento.