La maggioranza ha la precedenza

– Però a me mi da un po’ noia andare a nuoto sempre

– Eh sempre! Ma non è sempre, solo il martedì e il venerdì e siamo solo alla seconda volta

– Si ma a me mi da anche fastidio, un po’… un po’ tanto però…

 La giornata era iniziata nel peggiore dei modi per il proseguo del corso di nuoto di Jacopo, che già alle sette di stamattina era messo a repentaglio

– Ma poi io posso decidere dopo un po’ che non voglio più fare nuoto?

– In che senso dici, Jacopo? Cioè, tipo se ti stanchi durante la lezione?

– No io dicevo tipo se non mi piace più io vorrei smettere.

– Jacopo, mi sembra un po’ prestino, non ti pare? Ne avevamo già parlato martedì, no? Intanto cerca di riconquistare l’ultima corsia, poi vediamo…

Arrivati in piscina oggi pomeriggio, l’apprensione di Jacopo è che io possa trovare il tempo per fermare la sua istruttrice e dirle qualcosa a proposito del suo ruolo nel mondo acquatico, per semplificare: quando la possiamo cambiare questa corsia?

L’ingresso in piscina è sempre un marasma, con i bambini più piccoli che corrono a destra e sinistra, le mamme che li richiamano per le cuffie o gli occhialini dimenticati nelle borse, gli istruttori che faticano l’inquadramento per accompagnarli alla vasca…

Allungo un po’ il collo per farmi notare dalla ragazza incaricata del gruppo di Jacopo (con lui che da dietro mi pressa “glielo dici?”) ma l’unica cosa che riesco a scoprire è che lei è, appunto, solo l’incaricata di accompagnarli e gli istruttori i aspettano in vasca.

Jacopo assai poco entusiasta mi saluta e s’incammina con gli altri; prima di girare l’angolo mi manda un’ultima occhiata, malinconica e velata di rimprovero.

Mi affretto per fare il giro esterno della struttura (ma d’inverno quando fa freddo e piove ‘sti poveri genitori devono farsi la camminata al freddo e all’umido? Non c’è proprio un percorso alternativo più comodo?) per raggiungere la tribuna della vasca.

Arrivo che i bambini sono seduti sul bordo che sgambettano con tre istruttori immersi davanti a loro.

Molto lentamente (l’acqua non è ancora così invitante nonostante la temperatura non sia più quella invernale) i piccoli iniziano a scendere in acqua.

Un’istruttrice, non quella della volta precedente, prende con se Jacopo (una tutta per lui!) mentre le altre due tengono a bada il grosso del gruppetto.

Gli fa eseguire alcune prove, non lo ha mai visto e vuol capire cosa sa fare e cosa no; un po’ avanti e indietro da solo per cinque o sei metri.

Nella fase del ritorno, nella quale commina verso il bordo della vasca, la ragazza dedica un attimo di attenzione anche agli altri bambini, così Jacopo, nel passargli vicino, con finta indifferenza accenna qualche bracciata cercando una dissimulata disinvoltura.

L’istruttrice, che mi sembra di ricordare è il capitano della squadra di pallanuoto della società sortiva Rari Nantes, è in gamba: sta molto vicino a Jacopo, lo segue attentamente consigliandolo, mimando i giusti movimenti, correggendolo e incoraggiandolo con dei “bravo” quando esegue questi bene.

A dorso, sorretto da uno di quei cilindri in poliuretano, con le braccia allungate oltre la testa, poi con le braccia incrociate sotto la testa, sempre con una sola mano di lei sorreggergli appena la schiena.

Dopo un po’ di volta avanti e indietro, approfittando di un attimo in cui l’istruttrice si  fermata a parlare con un’altro piccolo, Jacopo si volta verso di me e mi sorride visibilmente rinfrancato dall’andamento della lezione fin lì, quasi contento!

Si ricomincia, questa volta a pancia sotto, solo che dopo un primo tentativo solo accennato, si blocca e dice qualcosa alla ragazza, temo il peggio, lo vedo avviarsi verso la scaletta, perché se ne va, no dai!… Si arrampica e salendo mima qualcosa che non capisco, ma il mezzo sorriso accennato mi tranquillizza: deve solo prendere gli occhialini lasciati nella tasca dell’accappatoio, tutto bene.

I primi metri con la testa sott’acqua, non uno stile purissimo, per farvi capire: le quattro persone sedute nella prima fila della tribuna, quella più in basso, hanno dovuto cambiare posto perché sbattendo le gambe li ha schizzati tutti, ma va bene, può starci.

Siamo quasi in dirittura di arrivo, la lezione volge al termine.

Jacopo si ferma di nuovo, questa volta con l’espressione dolorante per i crampi al piede destro, prontamente soccorso dall’istruttrice che risolve il problema, però il segno evidente che oggi di fatica ne ha fatta. Bene!

Gran finale con un tuffo, poi di corsa a fare la doccia e vestirsi, infine la bicicletta per la strada verso casa

– Oggi è andata bene, sono molto contento, bravo!

– Si anch’io, è brava Giulia, hai visto?

– È sembrato anche a me, ma poi anche tu sei diventato grande ormai

– Si va be’ ma mica sono diventato grande tutto insieme oggi pomeriggio, dai babbo…

– Intendevo dire che anche questa lezione di nuoto è una di quelle cose che ti ha fatto diventare più grande, come tante altre piccole cose in cui sei cresciuto. Ma ci pensi a quante cose non sapevi fare e adesso invece sono diventate così naturali che non te le ricordi neppure più? Pensa per esempio a quante parole sai e magari solo poco tempo fa neppure sapevi che esistessero

– Già, è proprio vero…

Finisce appena di pronunciare la frase che, mentre attraversiamo le strisce pedonali, un tipo in macchina non si ferma e ci suona il clacson

– Ehi! abbiamo la maggioranza si deve fermare quello! 

– La precedenza Jacopo, quale maggioranza, la precedenza…

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