Ultimo marzo

Si è seduta acanto a lui, proprio in questo istante, dopo aver passato parte della serata insieme e poi tutta la notte. A letto molto tardi, senza trovare nulla che avesse voglia di leggere o nulla che lo interessasse così tanto in tv da fargli guadare la notte.

Si è svegliato abbastanza presto, e un attimo dopo era sveglia anche lei.

Hanno fatto la doccia, scelto cosa indossare, consumato la colazione e poi si sono messi in viaggio; sempre fianco a fianco.

In viaggio per due ore in silenzio; niente traffico, niente musica alla radio, niente corse in autostrada perché non c’è nessuna impellenza, perché non c’è una meta particolare da raggiungere in un tempo stabilito o in tempo per un appuntamento.

In giro solo per girare, solo per allontanarsi dal punto di partenza, senza troppa convinzione di riuscirci.

Si fa un po’ in là per lasciarle più spazio, che stia comoda.

Cambierebbe qualcosa se provasse a impedire di farlo?

Lei non lo guarda con occhi di rimprovero, né finge di essere d’accordo con quel che lui pensa.

Lui all’inizio fa finta di niente, ma ogni tanto si volta verso di lei per guardarla, con l’occhio attratto da quello che ho creduto essere un impercettibile movimento (magari ha deciso di andarsene) o per vedere se ha un’altra espressione diversa dal solito (magari ha deciso un po’ di comprensione) che gli faccia capire qualcosa di più di quello che lei sta pensando.

Ma non è cambiato nulla, nessuna diversa posizione, nessun’altra espressione.

Se ne sta lì come niente fosse, capacissima com’è di restare così per dei giorni.

I visitatori del luogo dove si sono fermati gironzolano intorno, tra il fuori e il dentro della splendida semplicità del posto, del paesaggio, dell’architettura, del sole non ancora troppo caldo in quest’ultimo marzo.

Se ne stanno lì uno accanto all’altra, su una panchina bassa di pietra, lui con il quaderno sulle ginocchia e  una penna rossa in mano a mettere giù delle righe, lei accanto, sostanzialmente indifferente alla situazione, che si guarda in giro muovendo solo lo sguardo, lentamente, in qua e di là, passando dalle colline intorno ai visitatori, dalla costruzione al cielo di un colore come fosse già u n aprile inoltrato.

Se ne sta tranquilla, sa che non la lascerà lì, a meno che, inaspettatamente, da quelle righe che sta scrivendo salti fuori un pensiero, una riflessione, un’illuminazione (nella più ottimistica delle ipotesi) o anche solo una sola parola che le imponga o la convinca ad alzarsi da lì accanto e svanire nel nulla. È già capitato, potrebbe accadere anche oggi…

È un rapporto un po’ così: basta un niente perché si lascino o si riprendano con la stessa velocità, in un attimo. Potrebbe bastare un battito di ciglia, un battito d’ali, un battito di cuore, un battito di martello e via di nuovo insieme o di nuovo separati.

Oppure potrebbe bastare anche solo una cosa come questa, una cosa che in altre circostanze lo farebbe incazzare (poco probabilmente) o lasciarlo completamente indifferente (più verosimilmente):

questo preservativo usato e buttato qui davanti alla panchina sulla quale siedono, a pochi metri dal sagrato di questa chiesetta persa nel bel mezzo della campagna toscana.

Ecco, una cosa del genere, in questo momento, quasi lo commuove.

Pensa ai due tipi che, forse su questo stesso travertino sul quale siede, si sono presi e dati l’un l’altro, forse per ingannare le rispettive Madonna disperazione, per spingerle ad alzarsi da sedute lì accanto, per lasciare libero del posto e costringerle a togliersi di torno svanendo nel nulla, facendo posto a quei due perché possano godersi in santa pace quei pochi minuti d’amore rubato, regalato o comprato.

Lui chiude gli occhi e decide di lasciarli così per un po’, con il volto rivolto al sole e la luce che filtra attraverso le palpebre che prende quel bel colore da capelli riccioli rossi.

… … …

Si alzano e s’incamminano verso l’ingresso semi aperto della chiesetta, passando dal sole pieno alla penombra dei vetri di onice che gli occhi quasi faticano ad abituarsi.

È una piccola cappella romanica, una costruzione del mille e cento e qualcosa.

Al suo interno la copertura, è fatta ad anelli concentrici in cotto e travertino alternati l’un l’altro, che la fa assomigliare a un bersaglio da tiro con l’arco oppure a una mappa delle orbite di qualche pianeta lontano.

Al centro della pianta circolare, sulla punta della collina sulla quale la chiesa si erge, sta conficcata una spada che si dice fu infissa da un Santo.

Lui a questo punto s’immagina questa cosa:

come Lancillotto si vede sfilare da lì la spada, far finta di prenderla solo per ammirarne la lavorazione dell’impugnatura e invece usarla per mozzarle la testa.

Così, novello cavaliere della tavola rotonda, impugna la spada con le due mani e senza sforzo la trae dal suo alloggio, la punta in alto come a invocare qualche dio della guerra, della morte, o di non importa cosa, porta le braccia di lato con la lama dietro la schiena e lascia partire un fendente che senza fatica recide la testa dal corpo di lei.

L’espressione senza rimprovero e senza consenso di poco fa, adesso volge allo stupore prima di appassire definitivamente in smorfia.

La testa cade di lato e, mentre il corpo si affloscia su se stesso con un ingombro minimo, una volta toccato terra con un rumore insolito, molliccio e ripugnante (immaginate che rumore possono fare circa quattro chili e mezzo di osso, cartilagine, materia celebrale, carne e capelli quando toccano terra) compie qualche giro verso l‘altare e si ferma di traverso…

Ma non si può.

La spada è protetta da una teca semi sferica in plexiglass, saldamente imbullonata alla roccia della collina, così da scoraggiare ogni velleità cavalleresca o il colpo del cleptomane a caccia di souvenir.

Allora lui si guarda intorno.

La chiesa è deserta, i visitatori di poco fa se ne sono andati e di nuovi ancora non se ne vedono.

Si spegne l’impianto di illuminazione a offerta, regolato dal temporizzatore e la chiesa per un attimo ripiomba in un buio al quale, come prima, gli occhi faticano ad adattarsi.

Si volta verso l’ingresso e valuta le dimensioni del varco lasciato libero dall’unica anta aperta.

Ha deciso.

Scatta.

Si volta verso di lei e le da uno spintone così forte che la fa ruzzolare verso il fondo della cappella, contro le sedie.

I quattro metri che mi separano dall’ingresso li fa in due soli lunghi passi.

Infila la porta sbattendo forte una spalla contro lo stipite, così forte che bisognerebbe fermarsi un attimo per una verifica, per massaggiarsi la parte dolorante, ma non c’è tempo, perché mentre noi pensiamo questo lui, incurante del dolore, con la mano che avrebbe potuto provare a dare sollievo all’arto traumatizzato, si tira dietro l’anta aperta che sbatte forte e corre (dietro la porta chiusa s’immaginano le fiammelle delle candele che si spengono per lo spostamento d’aria) corre svelto nella ghiaia verso la macchina e fa scattare il telecomando della chiusura centralizzata, si siede, mette in moto e parte sgommando, sollevando polvere e sassi, via dalla sua angoscia che, là dentro chiusa al buoi, ancora non capisce bene che cosa è successo, mentre carponi e cieca ricerca la sua testa.

… … …

Si sente toccare un braccio.

Riapre gli occhi chiusi appena qualche secondo prima.

“Si fa tardi. Mi spiace, qui è così bello, ma dobbiamo andare”.

Si alzano, risalgono in macchina e se ne vanno verso il prossimo mese di aprile.

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