Dynamìci

IMG_1081VENERDÌ – Il primo giorno di formazione al Dynamo Camp inizia nell’ultimo giorno di scuola di Jacopo.

Stamattina niente latte a colazione, è finito e ci siamo scordati di prenderne dell’altro. Così beviamo il succo alla mela che fa tanto buffet da villaggio vacanze.

Lascio Jacopo alla fermata dell’autobus con la solita raccomandazione – fai bene e divertiti – e parto per San Marcello di Limestre, provincia di Pistoia, verso il Dynamo Camp.

Ci arriverò dopo più di due ore lungo la strada statale n. 64, la Porrettana, che da Bologna conduce a Pistoia lungo una serie di curve che ha dell’interminabile, apparentemente ben oltre gli appena 94 chilometri che separano le due località.

Anche la frenesia degli arrivi davanti all’ingresso della struttura, un ex fabbrica per la lavorazione del rame prime e della carta successivamente, addossata contro una collina e adagiata sulla sponda destra del torrente Limestre, sa tanto di ingresso al villaggio vacanze.

Sguardi un po’ spaesati ma con gli occhi sorridenti e curiosi, sorrisi e strette di mano nel momento della registrazione.

Ad ognuno viene consegnato un badge col proprio nome di battesimo e indicata la sistemazione dove dormirà. Io sono nella palazzina C, piano terra, stanza 6.

Una volta registrati ci accompagnano alla palazzina – qui la chiamano cabin – con un pulmino elettrico.

Ci arriviamo percorrendo i tornanti della stradina in salita, tutto intorno prati e alberi.

Entriamo nella cabin, ci dirigiamo verso la stanza e scegliamo un letto, io quello vicino alla porta sul retro, che guarda verso il prato che sale lungo il fianco della collina, vicino alla recinzione esterna del Camp; abbastanza in fretta, appena il tempo per un’occhiata intorno, presi dalla curiosità per il Camp.

Prima del primo incontro andiamo un po’ in giro per le stradine lungo le quali si muovono solo veicoli elettrici a passo d’uomo; tutto molto silenzio, tranne il rumore di una motofalciatrice che cura uno dei prati e più in alto le rondini.

È tutto così bello e curato che sembra la Svizzera, così come mi ricordo di aver visto da bambino in ferie con i miei, un campo estivo tra le montagne svizzere. Bello anche l’accostamento delle costruzioni più vecchie, quelle della cartiera completamente recuperati, con i nuovi padiglioni di recente realizzazione, la mensa, la piscina e altre strutture delle quali ancora non conosco l’utilizzo.

Intorno all’una ci ritroviamo tutti in mensa, una grande salone con tre lati a vetrata, un soffitto alto con travi in legno e impiantistica di tipo industriale a vista, tavoli rettangolari in legno e metallo e panche con cuscini colorati per dodici persone.

Ci distribuiamo l’un l’altro piatti, bicchieri e posate raggruppate al centro tavola e iniziamo a farci domande, di dove sei, è la prima volta che sei qui, come ne hai sentito parlare, che fai nella vita…

Il badge che ognuno espone appuntato sul petto ci esonera dalla pratica delle presentazioni e semplifica i convenevoli, mi passi l’acqua Vincenza? questo è il tuo bicchiere Rudy, ancora pasta Francesca?

Molte più donne che uomini; il sociale è caratterizzato molto da questa presenza femminile massiccia, in particolare questo tipo di sociale, il rapporto approssimativamente, su centonovanta partecipanti, è di centotrenta donne contro sessanta uomini; provenienza prevalentemente dal centro nord, molta Lombardia, Veneto, Piemonte, tanta Toscana per ovvi motivi, specie Firenze, Prato, Pisa e dintorni, una da Siena, qualche laziale e qualche campano, mi pare nessun altro da Bologna (scoprirò poi che non c’era nessun emiliano, chissà, forse impegnati con i guai del post terremoto).

Almeno una ventina di dipendenti Telecom, che in quanto sponsor tra i principali, seleziona tra chi si candida appunto venti per consentirgli di partecipare a una sessione di dieci giorni, giornate considerate lavorative e quindi pagate regolarmente. Mi sembra una bella cosa.

Arriva la pasta dentro un vassoio che mi incarico di distribuire agli altri. Sbaglio le dosi e rimango senza, ma tutti gli altri se ne tolgono delle forchettate dal proprio piatto per riempire il mio, qualche battuta, ancora moti sorrisi. Tutto molto “solidale”, no?

A pranzo le regole sono semplici: si viene serviti e una volta finito si tolgono i piatti sporchi gettando gli avanzi nella differenziata e si lascia il tavolo pulito e in ordine come lo si è trovato.

Pasta come primo, carne per secondo, patate arrosto e insalata di contorno, frutta e caffè, menù unico, anche quando ci sono i bambini, tranne particolari necessità alimentari per intolleranze o motivi di carattere religioso nelle sessioni che ospitano bambini arabi (Emirates e Iraq)

Cibo di buona qualità, molto familiare mi viene da dire. Proibito l’alcool.

Dopo pranzo ci si riunisce tutti nel teatro per la presentazione dello staff – con descrizione dei compiti di ognuno – e il loro benvenuto al camp.

Come ho imparato a fare vado a sedermi in prima fila: si sente meglio, si vede meglio, nessuno che si deve voltare verso di me se ho qualcosa da dire, evitandomi così l’imbarazzo. È come mettersi nel posto del preferito della professoressa e alla fine dei conti è sempre meglio lì che in ultima fila, si ricordano di te,della tua faccia e va bene.

Veronica fa da maestro di cerimonia, presenta lo staff e poi da la parola al Direttore del Camp per un breve intervento che si conclude con un in bocca al lupo.

A questo punto veniamo divisi in gruppi secondo una lettera e un numero riportati dietro il badge di ognuno e iniziamo ila visita di tutte le strutture del camp.

La prima che incontriamo proprio di fronte al teatro è l’infermeria, una zona di importanza fondamentale per la vita del camp.

All’arrivo tutti gli ospiti si sottopongono a una visita per constatarne lo stato di salute e prendere in consegna la terapia da somministrare durante il soggiorno.

Durante le sessioni sono sempre presenti due o tre medici e infermieri, 24 ore al giorno, in grado di fronteggiare ogni tipo di problematica dovesse sorgere relativa alle patologie di cui sono portatori i bambini. Un ambulanza sempre a disposizione e, nella peggiore delle ipotesi, più in alto verso la collina, l’eliporto è sempre pronto, direzione ospedale pediatrico Mayer a Firenze che da qui si raggiunge in volo in una ventina di minuti.

L’arredamento non la fa somigliare a un ambiente ospedaliero; del resto qui arrivano bambini reduci da lunghe degenze, trovarsi in un luogo di villeggiatura il più lontano possibile da quella che è anche solo l‘idea di un ospedale è la cosa migliore.

I piccoli passano di qua almeno una volta al giorno per la somministrazione della terapia alla quale sono sottoposti e ogni qual volta se ne avverta la necessità, fosse anche solo per rassicurarli.

Dimenticavo: l’infermeria qui la chiamano Club Med…

Si passa poi all’Art Factory, il luogo dove lo staff insieme ai bambini porta avanti le attività creative, secondo il motivo conduttore della sessione – Peter Pan, piuttosto che Il piccolo Principe e via dicendo – e per le varie esigenze di spettacoli e intrattenimenti.

Qui periodicamente si avvicendano artisti di fama – pittori, scultori, fotografi, grafici e altro ancora – che con il loro bagaglio di esperienza conducono i piccoli alla realizzazione di opere che alla fine della stagione, vengono poi messe all’asta nel corso di un Open Day. A quello dello scorso ottobre hanno preso parte settemila persone, così tante che hanno dovuto contingentare gli ingressi e con la vendita delle opere sono stati ricavati circa 140mila euro.

A proposito degli aspetti economici, Veronica, che guida il mio gruppo, ci dice che questa struttura costa due milioni di euro all’anno e senza il contributo di privati, aziende (prima delle quali la KME, azienda tedesca proprietaria della ex fabbrica e dei terreni circostanti), quello di istituzioni di vario tipo e senza i volontari, Dynamo Camp non si reggerebbe in piedi.

Viene fatto molto per renderla in grado di camminare con le proprie gambe, per esempio il cibo consumato proviene in larga parte dalla propria produzione, hanno degli animali alla fattoria e poi verdura e frutta, rapporti con produttori locali che praticano costi ridotti al minimo; ma non basta ancora.

Vengono acquistati prodotti e rivenduti con il marchio Dynamo Camp, ma questa è più un’iniziativa promozionale del nome, che un’operazione commerciale vera e propria: compri a uno e vendi a uno e dici, guadagni quello che basta appena a coprire le spese.

Poi c’è il cinque per mille, che però non è ancora molto conosciuto rispetto alla notorietà, e al risultato, di altre realtà.

Quella del finanziamento è un problema tanto che, durante il saluto dello staff, si è presentato anche la persona incaricata di occuparsi della rete, dove per rete si intende la possibilità che ognuno di noi ha, una volta usciti da qui, di pubblicizzare il Camp, di pensare a iniziative che lo possano vedere coinvolto per aumentarne la notorietà e quindi il successivo ritorno economico.

Dopo il Club Med e l‘Art Factory il giro continua verso la fattoria, passando davanti ai vari magazzini e all’area che verrà destinata alla zona fumatori per la sera.

Qui il fumo non è concesso, tranne dopo che i bambini sono andati a dormire, per il semplice motivo che quelli sottoposti a chemio terapia hanno l’olfatto estremamente sensibile e anche solo odorare il fumo che si è attaccato agli abiti dello staff potrebbe dare loro fastidio.

Poco più in là, subito dopo il campo per tiro con l’arco, la zona dedicata all’arrampicata: larici centenari e strutture in legno e corda, ponte tibetano, passerelle e pedane sopraelevate, fungono da palestra e percorso avventura per gli ospiti. Mediamente sono controllati dai sette ai nove istruttori per sessione, così che sia sempre tutto sotto controllo e in massima sicurezza. Sono in grado di far salire lassù anche i bambini con le disabilità più gravi, senza nessun problema. E all’occorrenza anche farli scendere in sicurezza e tutta tranquillità, al primo accenno di timore da parte loro.

Fuori dalla fattoria, mentre Veronica racconta, ci corre incontro un cucciolone di golden retriever, Diva, che nel rispetto del proprio nome si mette a saltare allegramente intorno a tutti noi, cercando di strapparci carezze e coccole e gli riesce davvero bene.

La fattoria, uno dei luoghi più apprezzati dai bambini, ospita animali da cortile – galli e galline, oche e papere, tacchini, maiali, buoi di razza chianina, asini e altro ancora.

Poi il maneggio all’aperto e quello al coperto; ho contato una quindicina di cavalli, alcuni dei quali, per quanto poco ne so io di cavalli, molto belli.

Avanti ancora ecco la piscina coperta, con una vasca da venticinque metri per la terapia e i giochi in acqua.

Il divertente è che i bambini non sanno mai qual’è il programma della giornata, che è tenuto gelosamente segreto da parte di tutto lo staff, lo scoprono di giorno in giorno.

Certo, parlano tra di loro, sai che oggi noi siamo andati in piscina? ma il gioco è diventato non sapere quando ti toccherà fare cosa, se andare a cavallo, ad arrampicarti o in piscina; così diventa tutto un po’ a sorpresa, spezza la regolarità dei ritmi familiari o, peggio, della routine ospedaliera vissuta fino a poco prima di arrivare al Camp.

Abbiamo terminato il giro nell’arco di circa tre ore, avanti e indietro per il territorio che una volta era la tenuta di caccia della famiglia Lombardi, proprietario di questa fetta di pre-appennino sulla quale si insediò la fabbrica per la lavorazione del rame prima e della carta dopo.

Prima di cena c’è il tempo per una doccia e un riposo nelle proprie camere.

La cena si ripete con il rito del pranzo, è cambiato però il clima.

Perché siamo tutti un po’ stanchi e questo induce ad abbassare le difese, dispone bene verso i compagni di tavolo, si incrociano le chiacchiere, lo scambio di battute e i racconti di episodi, o della giornata o della propria vita.

Contribuisca alla distensione del clima lo staff che chiama un rappresentante per ogni tavolo e fa mimare loro, tutti insieme, un animale, che noi rimasti seduti dovremmo indovinare.

Non ci riesce nessuno, neppure i mimi sanno bene di che si tratta, tanto che uno di loro a un certo punto si tira su dalla posa assunta e chiede ma di che animale abbiamo parlato?

Risate e applausi allo sforzo interpretativo.

Cous cous di carne e verdure per cena, poi frutta e caffè. A seguire balli di gruppo!

“…Anna bello sguardo non perde un ballo, Marco che a ballare sembra un cavallo…” ecco, proprio come cantava Lucio Dalla la mia condizione nel ballo sfiora quella equina.

Sono impacciato, legato, sgraziato.

Però, al di là di molti altri che come me non erano proprio l’immagine di un Roberto Bolle, la prestazione è migliorata quando ho immaginato che stessimo facendo quei movimento convulsi per far ridere e ballare dei bambini.

Ed è andata decisamente meglio, non dico dal punto di vista coreografico, (sempre cavallo ero) ma come approccio invece si.

E adesso esagero: mi sono anche divertito.

Perché voglio provare questa esperienza?

Non lo so bene ancora.

Sento qualcosa, mi sento spinto in questa direzione, questo lo sento indiscutibilmente.

È attrazione e repulsione allo stesso tempo:

come se avessi terrore di affrontare il dolore degli altri – e che dolore, quello di un bambino malato – ma allo stesso tempo volessi vederlo in faccia quel dolore e quella fatica di vivere e speranza che c’è dietro.

Ma non ne hai abbastanza a casa di qualcosa di assai simile?

Si, ce l’ho, ma non so se l’ho mai guardato a volto aperto quella malattia e quel dolore, che significa poi accettarlo, conviverci e farsi una ragione di quello che non c’è più.

E significa riuscire ad accettarlo ma non in maniera passiva, senza subirlo.

Significa combatterlo, o almeno giocarsela.

Io questo credo di non averlo mai fatto e se mai ci riuscirò con le persone più indifese del mondo, forse, come dice la mia amica Francesca, riuscirò a capire chi sono.

Saranno pochi sette giorni al Dynamo Camp per misurarmi? Non lo so.

Voi conoscete una circostanza più dura di questa ma da affrontare con gli occhi e il cuore pieni di risate?

SABATO – Per tutta la giornata molti degli altri al mio tavolo hanno continuato a ripeter che sarà più la fatica fisica a metterci a dura prova che altro.

Io credo invece che sarà la fatica psicologica; almeno per quel che mi riguarda.

Ma sicuramente mi sbaglio.

Oggi abbiamo cominciato in teatro incontrando Tania.

Si occupa del recluiting, cioè cura i rapporti con gli ospedali e le associazioni (più di centocinquanta) ai quali presenta il progetto Dynamo Camp per poter ospitare i bambini in cura presso di loro.

Ha iniziato snocciolando alcuni dati, 60 bambini ospitati nel 2007 – primo anno di attività – 854 lo scorso anno, per puntare ai 1000 de 2012; distribuzione geografica in percentuale abbastanza equilibrata tra nord (38%) centro (35%) e sud (27%).

Ci racconta i criteri con i quali vengono selezionati i pazienti da ospitare, tra i quali anche la condizione socio economica della famiglia, per spiegarci meglio ci dice che ci sono bambini che arrivano con il baule pieno di abbigliamento per ogni momento della giornata, altri con a fatica un paio di mutande.

Perché qui, è bene tenerlo sempre bene presente. ogni bambino da solo, o accompagnato dalla famiglia, oppure ogni fratello o sorella di bambino malato delle sessioni a loro dedicate, sono ospitati gratuitamente. Neppure il viaggio pagano, perché solitamente a carico delle associazioni che seguono le varie patologie.

Tutto gratis.

Tania continua con una panoramica sulle patologie ospitate che abbracciano un po’ tutte le malattie oncoematologiche, neurologiche, spina bifida, diabete infantile, ecc. ecc.

Hanno a che fare con bambini affetti da neoplasie, tra le quali emofilia, emofilia falciforme, leucemia, talassemia, linfomi, tumori cerebrali, tumori ossei.

Non ci fa una panoramica sulle caratteristiche delle varie forme tumorali, ci penserà il dottore nel pomeriggio.

Il suo è il lavoro dietro le quinte, il nostro, che già dai primi minuti della giornata mi sembra terribile, è la parte più bella, perché, ci dice, vedrete che appena arrivano i bambini tutte queste preoccupazioni di cui vi stiamo mettendo al corrente svaniranno.

Dopo di lei ci spostiamo in una saletta, la “lounge staff” creata di recente per concedere al personale di servizio di staccare un attimo la spina, lontani (almeno con la testa) dalla routine del Camp.

Qui insieme a Veronica troviamo una psicoterapeuta infantile che viene da Torino la quale ci relaziona sul tema “il Camp come esperienza di crescita. Il ruolo del volontario”.

Interessante il tema, appassionata lei, anche se con il tono un po’ monocorda che non aiuta l’ascolto.

Dovendo sintetizzare, potrei riassumere dicendo che le sue raccomandazioni si concentrano sul considerare gli ospiti per quello che effettivamente sono, cioè dei bambini malati, inutile fingere, però la malattia la dovremo mettere sul fondo, un po’ in lontananza.

Avremo un ruolo di aiuto materiale, per esempio per tutti quei bambini che non hanno una sufficiente autonomia per fare anche le cose apparentemente più semplici come vestirsi. Avremo una funzione di richiamo, nel senso che dovremmo comunque vigilare che i rapporti tra gli ospiti rimangano in termini di correttezza.

Infine un ruolo di ascolto e condivisione, specie nei dopo cena, nella mezz’ora prima di spegnere la luce, tempo nel quale si svolge una chiacchierata tra tutti gli ospiti della casetta per commentare la giornata appena trascorsa.

Salto il racconto degli altri due moduli di formazione – nei quali ci è stato esposto, nel primo la giornata tipo, e nel modulo successivo la terapia ricreativa – e passo subito all’incontro col dottore.

Giovane, circa ventottenne, che si  specializzato da due anni, viene da Monza

Lui si che ci ha raccontato, per sommi capi, cosa capita a questi bambini!

E si parla di sanguinamenti spontanei per quelli affetti da emofilia, o di incapacità di controllare gli sfinteri per le vittime della spina bifida, ecco, roba del genere.

Tutte patologie a causa delle quali fino agli anni 50 la speranza di sopravvivenza si fermava sotto la soglia del 10% dei bambini che ne erano colpiti, mentre oggi siamo oltre l’80%.

Con in mano il mio quadernino ho finito col dargliela su agli appunti e da un certo punto in poi non ho scritto più nulla…

Anche lui ha insistito sul livello di autonomia che hanno questi bambini ed è un aspetto spiazzante:

avremo a che fare con persone che già dai sette anni in su hanno, per esempio, dimestichezza con il CVC (catetere venoso centrale) cioè un tubicino che dall’esterno del loro corpo, più o meno all’altezza della parte sinistra del petto, attraverso un grosso vaso sanguigno arriva alla carotide per mezzo del quale viene loro somministrata la terapia cui necessitano, ma che magari non riescono ad abbottonarsi i pantaloni, allacciarsi le scarpe, bambini che tutte le sere prima di cena si sottopongono con naturalezza (per quanto è consentito da questa condizione affatto naturale) alla pulizia del catetere per urina e feci, ma che trovano meno semplice tirarsi su da soli le coperte prima di dormire…

E poi ripetuto quasi all’ossessione come un mantra: devono bere molto, almeno un litro e mezzo di liquidi al giorno, devono essere protetti dal sole quindi cappellino sempre in testa e tanta crema protettiva sulle parti scoperte, hanno bisogno di riposarsi per non arrivare la giorno dopo stanchi e col rischio di febbri che li farebbero restare a letto nei giorni successivi…

La fatica fisica non mi spaventa, non ancora; diciamo che credo di potermela giocar sufficientemente bene ancora per qualche anno.

È lo stato d’animo che non da garanzie, lo stesso stato d’animo che ci ha sorpresi in molti con gli occhi lucidi dalle lacrime dopo la proiezione di un filmato sui bambini del Camp…

Tornato a Bologna da qualche ora.

Sto sedimentando questi due giorni e mezzo di esperienza al Camp.

Riguardo le foto scattate, ripenso alle parole dette, alle risate – perché ci siamo anche divertiti! – rivedo le facce degli altri centonovanta Dynamici, che si pronuncia con l’accento sulla prima “i”.

Veronica, Sara, Alessio, Vito, Serena e tutti gli altri dello Staff.

La carica che sono riusciti a dare e le emozioni, senza concedere nulla al pietismo, che sono stati in grado di trasmettere e poi l’entusiasmo e la certezza che hanno emanato intorno di saper fare bene il loro mestiere.

Insomma, due giorni e mezzo forse possono segnare solo un bel momento, oppure un piccolo passo o addirittura una svolta, nella vita di qualcuno; ancora non lo so cosa mi è successo, però intanto, grazie di cuore ragazzi.

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