Hoop!

bambino saltaAppena l’ho visto mi sono ricordato di come ero da piccolo, magrolino, spennacchiato e con gli occhiali dietro ai quali guardavo il mondo con un po’ di timidezza.

Sono scesi di macchina prima sua mamma, una bella donna, alta, bionda con gli occhi chiari e la voce dolce, poi sua sorella, un po’ rotondina, quel sovrappeso che se ne andrà con l’adolescenza, lasciandole intatto quel senso del ballo che mostra ad ogni occasione. Poi una volta spento il motore è sceso il papà, uno sguardo sereno, anche se a tratti un po’ guardingo.

Michele è rimasto ancora un po’ in macchina, girandosi intorno via via che mi spostavo da un lato all’altro della macchina per salutare e dare il benvenuto ai suoi, senza perdermi di vista. Poi è sceso, e, invitato a farlo da sua padre, mi ha allungato la mano timidamente per presentarsi, senza dire una parola.

Più tardi all’ora di pranzo ci siamo ritrovati commensali allo stesso tavolo.

Sua mamma, la più sciolta della famiglia, ci ha raccontato brevemente come sono arrivati al Dynamo Camp, passando da una telefonata quasi dell’ultimo momento in cui veniva prospettata loro la possibilità di questa settimana, pochi giorni prima che scadessero i termini per poter partecipare. I dubbi se venire o no, proprio i primi giorni di scuola di scuola, le consultazioni in famiglia, un po’ di tira e molla e alla fine “Ok, andiamo e vada come vada”.

Chissà se avrebbero gli stessi dubbi oggi e quanto ci metterebbero a decidere se fossero chiamati di nuovo a farlo.

Quando si sta a tavola così, ricordo quando ho lavorato alla Valtur (beh, naturalmente con tutte le dovute distanze) anche al Dynamo Camp lo staff cerca di fare gruppo con gli ospiti, di tenere alto l’umore per quanto è possibile fare, sopratutto con i bambini; si scherza, si cerca un contatto, un qualche tipo di scambio, la scuola, lo sport, la vacanza…

Con bambini come Michele, Alessandra, Agnese, Roberta… è un po’ diverso, un bel po’ diverso e probabilmente nessuno sa insegnarti come fare o le norme di comportamento, si recita a soggetto cercando di non strafare, sperando di non superare mai il limite che in questi casi, almeno così credo, sta nel non forzare mai la mano coi piccoli, nell’evitare di giocare al genitore putativo o all’amico del cuore. Si fa appello a tutto ciò che ci è stato insegnato e al proprio buon senso.

Il filo che ci ha messi in contatto si è annodato per caso:

faccio per sedermi, Michele mi fissa con quel misto di curiosità e sospetto, appoggio appena il sedere e mi rialzo come rimbalzato su una invisibile molla e faccio “Hoop!”

“Hai sorriso ti ho visto…” ha sorriso si, e adesso ripete il mio movimento e anche lui fa “Hoop!” con la sua voce sottile e sorride ancora.

È fatta.

Si è stabilita una consuetudine che ogni volta che ci siamo seduti è ritorna come una specie di saluto, un segno convenzionale, una forma di complicità.

Alla fine lo facevamo anche vedendoci da lontano, mentre si camminava uno in una direzione e l’altro dalla parte opposta.

Un pomeriggio siamo stati in piscina ed è stato molto divertente.

Michele si cambia in fretta ma aspetta diligentemente che siano pronti anche gli altri e poi tutti insieme entriamo in vasca.

Ride che è un piacere. Prendo una palla e gliela tiro, iniziamo a passarcela cercando di farci gol, Ne prendiamo altre tre di diverse dimensioni e proviamo a farci rete l’un l’altro con tutti quei palloni.

Poi ci spostiamo e sempre con tutti quei palloni diamo l’assalto a un castello gonfiabile che galleggia in mezzo alla vasca, con nascosti dentro una bambina e Giulia.

“All’assalto!” grido e Michele mi segue ridendo e tirando palloni dentro quelle mura di pvc.

Diamo l’inizio a una battaglia senza tregua tra assediati e assedianti, volano dappertutto palle e ciambelle, cilindri in poliuretano s’infilano dalle finestre del castello come serpenti velenosissimi che si vogliono mangiare i castellani.

Arriva qualcun altro a darci manforte, scivola sott’acqua, riemerge e ribalta la costruzione, la battaglia è vinta!

Di nuovo negli spogliatoi, gli metto lo sciampo direttamente in testa, poi il bagno schiuma nelle mani, due minuti e appena finito di corsa a vestirsi

Mentre gli asciugo i capelli col phon, Michele si mette la maglia, poi finisco di aiutare gli altri Dynamici con gli altri bambini e siamo tutti fuori ad aspettare il pulmino che ci porti a mensa, il sole è quasi sparito e adesso manda una bella luce trasparente e dorata.

Siamo stanchi, ma con ancora addosso l’adrenalina del pomeriggio, l’attenzione sempre alta verso i bambini, poi il gioco, di nuovo l’ordinata frenesia delle docce (qualcuno di loro deve essere alzato di peso, messo su di una sedia e portato sotto il getto dell’acqua, insaponato, sciacquato, tirato fuori, asciugato, vestito e messo di nuovo a sedere sulla propria sedia a rotelle) poi il rivestirsi e l’assicurarsi che tutti siano ben asciutti, perché nel tardo pomeriggio la temperatura fuori si abbassa di parecchio.

Quando entriamo nella mensa, attraversando tutto il salone in direzione dei tavoli, ho come la sensazione di aver fatto un ingresso trionfale, come di ritorno da una grande impresa.

Forse non è stata davvero una grande impresa, però è certo che se ai ragazzi è piaciuto tanto quanto a noi, allora abbiamo fatto un gran buon lavoro.

Nel corso della settimana la mamma mi ha riferito che Michele avrebbe avuto piacere di tornare con me in piscina e anche a me avrebbe fatto piacere rifarlo.

Poi però ho ricordato che nella tre giorni di formazione ci avevano consigliato di non cercare una sorta di consolidamento dei rapporti con i bambini; siamo compagni di viaggio per una settimana e dobbiamo cercare di rendergliela il più piacevole possibile, ma non può esserci un’esclusività tra nessuno di noi e i bambini ospiti, non andrebbe bene, si creerebbe una situazione artificiosa che al momento dei saluti sarebbe solo che controproducente per i piccoli.

Così non ho cambiato turno con uno dei miei compagni di tavolo e Michele è andato in piscina con altri volontari, ma sono sicuro che si è divertito lo stesso.

La sera dei saluti io e suo padre ci diamo la mano; lui me la stringe con forza ed io ricambio.

Una bella stretta che per me significa parecchie cose.

Magari poi mi sto sbagliando, non abbiamo avuto il tempo di conoscere niente davvero l’uno dell’altro, se non le poche cose condivise in quei sette giorni; però sono certo di aver riconosciuto tutto l’impegno, tutta la volontà e la forza che quell’uomo deve mettere in campo tutti i giorni, lui come sua moglie.

Abbraccio anche la mamma di Michele che mi ringrazia.

Poi tocca a lui: fa qualche passo verso di me con quel suo sorriso (e gli sorridono anche gli occhi!) gli faccio una carezza sulla guancia che lui ricambia con un bacio sulla mia, che bel momento ragazzi!

Buon ritorno a casa piccolo.

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