Loro di Napoli

oro_di_napoli3Gli episodi più divertiti e quelli più drammatici del percorso ospedaliero di Sabrina sono legati alla degenza al Policlinico universitario Federico II, a Napoli, nei tre periodi in cui fu ricoverata, tra marzo aprile e giugno luglio del ’96 e tra ottobre novembre del 2005.

Al Policlinico Sabrina subì tre interventi chirurgici di elevata difficoltà, nel reparto di neurochirurgia che è una delle tanto citate eccellenze della sanità nazionale, quelle che sembrano essere delle perle rare.

Siamo sempre stati convinti di aver ricevuto un trattamento di favore, partendo dal primario per arrivare agli inservienti; questo perché molto insolito che due persone che abitano al nord, poi a Bologna, decidano di fare un’intervento di quel genere a Napoli, trattamento di favore che però non c’entra nulla con le capacità professionali dell’equipe medica che si occupò di mia moglie: bravi erano e bravi restavano con chiunque passasse sotto le loro mani, ovviamente.

L’occhio di riguardo era più che altro un atteggiamento diverso nel porsi nei nostri confronti. Solitamente cominciava così:

Voi di dove venite?”

“Siamo toscani…” quindi a nord

“…ma abitiamo a Bologna”  molto più a nord!

“Niente meno! E perché proprio qua dovete venire per l’ospedale?”

“Sa, i miei suoceri si sono trasferiti a Caserta per lavoro e allora…”

“Aaah, ma allora è un ricovero d’urgenza, è capitato tutto improvvisamente e per quello state qua, eh…”

“Beh si, c’era in effetti un po’ di fretta, ma poi ci hanno parlato molto bene del Policlinico e allora…”

“Eh! Ma Bologna è sempre Bologna!” pronunciato con un attimo di esitazione, dopo essersi tolto dalla faccia quell’espressione tra il meravigliato e lo stupito e aver aperto il viso in una bella risata.

… … …

Le persone si riconoscono, vedono in altri certi tratti a loro comuni, forse intravvedono una provenienza, un background comune e viene spontaneo relazionarsi con questi piuttosto che con altri.

Non è il modo migliore per socializzare, perché fondamentalmente è basato solo su un’apparenza che potrebbe risultare ingannevole, ma va così; specie se si è costretti in un ambiente, quello ospedaliero, dal quale vorresti scappare il prima possibile e se proprio devi socializzare con qualcuno lo fai con chi ti sembra affine, che ti sembra che ti somigli, anche se alla lontana.

Le prime persone con le quali ebbi occasione di scambiare delle parole al Policlinico fu una coppia di amici che aveva appena fatto ricoverare il marito di lei.

Sulla sessantina, molto distinti, vestiti in maniera elegante ma senza alcun eccesso, elegante anche il modo di parlare, con inflessione partenopea, in un italiano molto bello e nessuna concessione al dialetto.

Abitavano, la coppia sposata, in via Riviera di Chiaia, con affaccio sul Parco della Villa Comunale e Via Caracciolo, il lungomare tra Mergellina e Castel dell’Ovo, tanto per capirci, non proprio una zona da ‘o Vascio napoletano.

L’uomo, molto loquace e altrettanto preoccupato, mi raccontò di un viaggio a Bologna fatto poco tempo prima, per far visita a un suo amico, professore all’Ospedale Maggiore, al quale aveva richiesto un consulto per interposta persona, circostanza questa che mi colpi molto:

una persona che chiede il parere di un medico a proposito della salute di un amico.

Lei mi disse che non avevano detto al marito che la causa del suo ricoverato era il parere del loro medico di famiglia che sospettava (o aveva accertato, non ricordo) la presenza di un tumore al cervello, sospetto avvalorato anche dal professore andato a trovare a Bologna.

Quindi avevano accennato in maniera vaga a degli esami di controllo da fare, lo avevano fatto trasportare al Policlinico e lui adesso se ne stava lì a letto, con l’espressione di chi non capisce bene cosa sia successo e neppure il perché, indossando un turbante di bende e cerotti, dopo un intervento chirurgico al cervello, semplicemente spacciato per una banale prelievo di non so quali campioni da analizzare.

La situazione precipitò nel giro di un paio di giorni: il marito prima perse la percezione di dove fosse e di chi fossero le persone a lui vicine, la moglie e l’amico, perse l’uso della parola nel giro di ore; fu di nuovo operato d’urgenza e dopo l’intervento trasferito in terapia intensiva, due piani più giù di dove eravamo noi…

… … …

Una sera, che dovevo restare a fare la nottata nel reparto, saranno state circa le nove, il corridoio davanti a una camera poco più in là della nostra, si affollò di persone, adulti, anziani, ragazzi, bambini, circa una quindicina in tutto.

Stavano per riportare in stanza una signora, loro parente, che da poco avevano finito di operare, un intervento piuttosto complesso e che aveva richiesto molto tempo.

Siete veramente troppi, vi prego qualcuno deve andarsene, non potete restare tutti qua, ci sono altri pazienti che necessitano di silenzio e tranquillità, per favore…

La dottoressa provava a tenere a bada la folla di familiari, ma hai voglia a metterci tutto il polso e l’autorità di cui era capace, riuscì solo a strappare un vago “D’accordo, però in camera non possono entrare più di due persone, intesi?

Tra gli schiamazzi dei presenti passa qualche altro minuto e dal fondo del lungo corridoio si vede arrivare la barella, guidata da due infermieri, con sopra la signora.

Il vociare di poco prima cala improvvisamente di volume come all’apertura del sipario a teatro e va in scena l’accordo: in camera entrano come promesso solo due familiari.

Ma qualcosa non va secondo il piano e quelli che antrano non sono i due concordati tra tutti i parenti adulti presenti, bensì due che bruciano sul tempo tutti gli altri, letteralmente scattando dentro la camera al seguito degli infermieri e della barella che non appena questi superano la porta.

Si scatena la rabbia degli altri astanti: grida, insulti, minacce, gestacci all’indirizzo dei due imbucati, il tutto però restando rigorosamente sulla soglia della camera, senza avanzare di un centimetro, proprio come previsto dall’accordo sottoscritto con la dottoressa, solo due dentro, gli altri fuori.

… … …

Avendo a che fare quasi sempre con casi clinici particolarmente complessi, spesso si trattava di lungodegenze di settimane se non di mesi. In questi reparti si finisce col sentirsi un po’ come a casa propria.

Nella saletta riservato al personale, dove questi si ritrovavano per consumare il pranzo e per la pausa caffè, era a disposizione dei pazienti e dei loro parenti un un fornello a gas per riscaldarsi le pietanze portate da casa, fatto che si verificava frequentemente, anch’io certe volte me ne sono servito.

Il fornello era posizionato vicino al frigo utilizzato per la conservazione dei medicinali deperibili, delle sacche di plasma e di sangue per le trasfusioni, frigo che aveva finito col prestarsi a un uso diciamo promiscuo; così succedeva che dentro a questo trovassero posto anche vari generi alimentari, mozzarelle, affettati, frutta e verdure…

… … …

La parte finale del lungo corridoio del reparto al quinto piano era occupata da alcune camere riservate al ricovero dei bambini.

Ne ricordo in particolare solo uno, che avrà avuto si e no sei mesi.

Mentre il bambino dormiva, la nonna se ne stava appoggiata contro lo stipite della porta, affacciata sul corridoio.

Non appena vedeva qualcuno avvicinarsi, anche solo per sgranchirsi le gambe facendo qualche passo nella sua direzione, lo chiamava con un gesto della mano, gli andava incontro e cominciando a parlare in dialetto lo prendeva sotto braccio e lo accompagnava dentro la camera.

Successe anche con me.

Credetti avesse bisogno di qualcosa, una mano per alzare o abbassare il letto, chiudere una finestra, non so…

Il piccolo stava steso su questo letto tra due cuscini, e siccome era giugno e già piuttosto caldo, indossava solo il pannolino e una canottiera.

Dormiva. Il tubicino di una flebo gli penzolava dal braccio sinistro e sulla bocca aveva una minuscola maschera a ossigeno

La nonna, continuando a pronunciare frasi delle quali appena iniziavo a intuire il senso, si sedette sul letto accanto al piccolo piangendo; prese un piedino e lo mosse per farmi vedere che era come fosse la gamba inanimata di un pupazzo, agitando quel piccolo arto come uno straccio; prima il piede destro, poi il sinistro con lo stesso movimento e poi tutti e due insieme, mentre il piccolo continuava a dormire indifferente.

Feci qualche cenno col capo come per dire che capivo, ma in realtà non capivo più un nulla, avrei solo voluto mettermi a correre per scappare il più lontano possibile da quella tragedia.

Accennai una carezza sulla spalla della nonna che mi congedò lasciandomi andare.

Fuori nel corridoi continuai a sentire i suoi singhiozzi e ancora altre parole.

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