Mercoledì, giovedì

IMG_2263“Se Dio esiste sarete d’accordo com me nel dire che come minimo è un incompetente e che sopratutto non gliene frega un cazzo”

Passo la notte seduto accanto al letto di Sabrina, qui all’ospedale Bellaria.

Oggi è stata male tutto il giorno, molta tensione in vista della risonanza di domani, molto dolore per via della postura costretta dal letto, molta confusione per via dei medicinali che le hanno dato sia per tranquillizzarla, sia per sedarle un po’ il dolore.

Non mi ricordavo più i rumori dell’ospedale di notte, questo ronzio continuo in sottofondo, il suono dei campanelli che ogni tanto arrivano dalle camere, il parlottio degli infermieri, qualcuno russa e buon per lui che riesce a dormire tranquillo, o almeno così mi sembra.

Mi sento una di avere una voragine al posto dello stomaco e confondo negli occhi le immagini registrate stamattina e poi oggi pomeriggio, quando sono tornato qua, con le immagini di sette anni e mezzo fa e poi ancora quelle di diciassette anni prima; la stessa sofferenza, le stesse parole, la stessa paura, come un film già visto di cui già si conosce il finale…

Dalle 20 che sono qui, che in ospedale è già ora di dormire, Sabrina è riuscita ad addormentarsi due ore dopo e per un’oretta almeno ha dormito. Dopo più niente o quasi fino alle cinque.

È stato un continuo dormiveglia, scandito dall’assopirsi, interrotto dal russale leggero il cui rumore la sveglia ogni volta, si riaccendono i dolori e il lamento e si ricomincia da capo riassopendosi e così via in loop.

Guardavo i suoi occhi e a tratti ci leggevo la solita domanda, quella di sempre: “perché proprio io?” allora distoglievo o sguardo verso le mani che sembrano ancora più magre, poi verso le punta dei piedi nascoste dalle lenzuola, la luce del corridoio che filtra da sotto la porta, di nuovo i suoi occhi che per fortuna si sono appena chiusi dietro a una nuova onda di sonno.

All’inizio ho provato a scrivere un po’, col portatile sulle ginocchia seduto di fianco al suo letto; ma non era proprio cosa: ogni due minuti, forse meno, mi chiedeva di metterle a posto il braccio destro, adesso steso lungo il fianco, adesso piegato in appoggio sul bacino, di nuovo steso…

Ho fatto diversi viaggi avanti e indietro dalle infermiere, ora per chiedere del sedativo, ora per aiutarmi a girarlo sul fianco, ora per rimetterla supina, ora per…

“mi fanno male le braccia”

“mi fanno male le gambe”

“ahi ahi ahi la testa che mi hanno fatto alla testa”

“come sono finita qui, che è successo, amore...”

Insomma, una notte movimentata.

In mezzo a tutto questo, tramontata l’ipotesi di scrivere o di ingannare il tempo con i giochi del cellulare, ho provato a sonnecchiare un po’, seduto sulla sedia, appoggiato sopra un cuscino che avevo messo a cavallo di una delle sponde del letto; la mano di Sabrina dentro la mia.

Non è andata nemmeno male, per quel poco che sono riuscito a sonnecchiare, con la schiena in posizione di scarico; più che altro mi si sono addormentate le mani, un po’ schiacciate sopra il tubo metallico della sponda, ma finché è durata non è stato malissimo, via.

Tra una veglia e l’altra siamo arrivati alle cinque, quando finalmente Sabrina si è lasciata andare a un sonno profondo che ha resistito anche ai primi ripetuti ingressi mattutini degli infermieri nella sua camera.

La mattinata è passata via abbastanza tranquilla, ancora con quel torpore e quel lieve stato confusionale della notte e che l’accompagna ormai da qualche giorno.

Nel frattempo è arrivata Giada.

Ogni tanto Sabrina ci chiedeva spiegazioni su cosa avessimo fatto alla nostra camera, confondendo questa con quella di casa nostra; altre volte chiedendo dei suoi genitori

 E mamma? e babbo?

Babbo aveva degli esami da fare, anche lui, domani o dopo domani sono qui…” le ha risposto Giada.

“Voglio mamma, voglio babbo…” con la voce bassissima e un pianto appena accennato da bambina che fale bizze senza troppa convinzione.

Adesso è giovedì, tardo pomeriggio. L’abbiamo appena accompagnata per la risonanza magnetica, lungo uno dei tunnel sotterranei che collegano i vari padiglioni dell’ospedale.

Quasi una corsa, con i due addetti che spingevano il letto piuttosto velocemente, una ragazzona di colore e ragazzo magrolino dall’aspetto quanto meno stralunato.

Da sdraiata non deve essere un grande spettacolo questo tunnel che pure ha un suo fascino, se vogliano, attraversato com’è da decine di tubature, cavi, reti telefoniche, elettriche e telematiche di tutta la struttura. Da stesi sul letto purtroppo si vede solo il soffitto di cemento armato con le venature del legno rimaste impresse dalle cassaforme di quando è stato realizzato. Ogni tanto un lucernario attraverso il quale si vede il cielo, che nel frattempo non ha perso occasione per farsi di nuovo grigio.

“Va tutto bene, se hai bisogno sappi che puoi gridare per chiamarmi, io sfondo le porte, vengo e ti porto via, ok?”

“…”

Eh ma mica importa sfondarle” mi ha corretto il ragazzo “sono automatiche, basta avvicinarsi che si aprono da sole, eh…

si si certo, facevo per dire… un po’ di enfasi, ecco… va be’…”

Sabrina ha accennato un sorriso, un po’ sforzato con quell’angolo della bocca che da qualche giorno le è sceso un po’ più in basso rispetto all’altro, a momenti seguito dall’occhio leggermente più chiuso. Poi l’hanno fatta entrare e le porte scorrevoli si sono chiuse

Mi sono seduto in questa saletta di attesa che in un angolo ha un po’ di giochi per i bambini; ho pensato che al mondo c’è sempre chi sta peggio di te e che al peggio davvero non c’è limite; mastico questo chewingum insieme alla mia lingua e alle labbra che mordo fino a farmi fare sangue e mi metto  a piangere e anch’io vorrei tanto che ci fossero qui mamma e babbo per farmi abbracciare un po’, cazzo! Ma si può…

Sono iniziate le circa due ore che le serviranno per essere radiografata dalla testa ai piedi.

Magari nell’attesa troverò un compagno di giochi per i Lego…

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