Il volto di un’altra

ska sulla sedia copiaMi sono trattenuto fino dopo essere uscito, poi non ce l’ho fatta più, mi sono avvicinato all’aiuola, un paio di sforzi a vuoto e ho vomitato lì, tra una pianta di oleandro e il tronco di un cedro del libano.
Ho preso un fazzoletto di carta  in macchina e mi sono seduto poco più in là, con i muscoli dell’addome indolenziti e quella debolezza innaturale nelle gambe che mi da sempre il vomito…

Stamattina sono andato a prendere Sabrina per il suo giorno di libera uscita, il primo dei due concessi tra oggi e domani, dopo che da settantatré giorni non tornava a casa.
Non era ancora pronta, forse avrebbe preferito restare, non si sentiva bene, la notte aveva dormito poco e male; c’è voluta un’ora per convincerla a salire in macchina perché tanto, stare male per stare male, almeno sarebbe stata a casa sua.
Mi sono reso conto da subito di quanto sarebbe stato difficile; eravamo tutti e due un po’ agitati, per un motivo o per l’altro.
Ho cominciato con lo sbagliare la posizione della carrozzina rispetto alla portiera della macchina, per fare il passaggio da una seduta all’altra.
«Al tre ti alzo, ok? uno due tre…»
l’ho alzata, ma non è riuscita a sedersi bene perché eravamo troppo lontani e sembra ridicolo pensare che quei cinque o sei centimetri in meno diventano la differenza tra sedersi e scivolare giù, ma è andata davvero così…
Me la sono ritrovata quasi con le ginocchia in terra, io con le braccia sotto le sue che cercavo di tirarla su, ma la posizione non aiutava, non avevo un grande appoggio sui piedi, troppo vicini ai suoi.
Per un istante ho pensato di chiedere aiuto a qualcuno, ma fuori dall’ingresso c’erano solo altri pazienti in carrozzina, v’immaginate che scena…
Ho cercato di tenerla su mentre lei s’irrigidiva in una posa innaturale con il collo e tutta la testa all’indietro, senza la possibilità di controllarla, le braccia piegate un po’ ad angolo sorrette dalle mie mani sotto le ascelle, in una posa da spaventapasseri, ho pensato, con in testa il cappello che le avevo portato da Massa che le era calato sugli occhi…
non potete capire, davvero non potete capire cos’è stato…
Un piccolo incidente di percorso risolto in fretta e senza conseguenze apparenti.
Ma in quell’immagine ridicola di spaventapasseri c’è tutta la sintesi di questo dramma…

Dopo pranzo l’ho messa sul letto per farla riposare; si è assopita.
Mi sono seduto accanto a lei, le tenevo la mano sinistra, quella che sta perdendo proprio come accadde con l’altra.
Non riesce a rilassare l’espressione neppure quando dorme, non è più il suo volto quello, neppure la sua mano, né il suo corpo e non c’è niente che io possa fare per far cambiare le cose, che sia maledetto!
Dopo un po’ si è svegliata di soprassalto, ha spalancato gli occhi per guardarsi intorno, non ha capito subito dove fosse; ci ha messo qualche secondo, poi per un attimo è sembrata rassicurata dall’aver riconosciuto la camera, ma ha cambiato di nuovo espressione e mi ha guardato spaventata
«Io non ce li ho altri venti giorni per salutarvi tutti, io muoio prima…»
non potete capire, davvero non potete capire…
«Non dire sciocchezze, per favore…» le ho detto piano cercando di sembrare convincente
«…non dire sciocchezze, davvero!»
Le ho messo le dita sulle labbra, ha chiuso gli occhi e si è assopita ancora; forse non si era neppure svegliata, era in dormiveglia, appesa a un brutto sogno, vai a sapere…

Nel viaggio di ritorno siamo stati quasi sempre in silenzio.
Sabrina era molto stanca dalla giornata: anche se si è trattato di uno spostamento di soli trentacinque chilometri, per lei è stato uno scombussolamento, il viaggio, a casa dopo così tanto tempo, un pranzo e una cena quasi normali, anche se in una parvenza estremamente momentanea e precaria di vita normale, l’hanno messa alla prova.
A me veniva da piangere già poco dopo appena partiti per il ritorno all’ospedale.
Ho cercato di farlo con un occhio solo, il sinistro quello che Sabrina, seduta alla mia destra, non avrebbe potuto vedere, aiutato dal buio in autostrada.

Arrivati abbiamo firmato il foglio di rientro, le hanno preso e registrato i dati di pressione, saturazione e temperatura e l’hanno messa a letto.
L’ho salutata dicendole che domani ci saremmo visti alla stessa ora, buonanotte, bacio, ciao a domani.
Appena fuori non ce l’ho fatta più ed è arrivato il vomito…

Eh, non so come concludere queste righe stasera.
Dovremo farci bastare questo…

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5 thoughts on “Il volto di un’altra

  1. Non so proprio cosa dirti……..ogni cosa può sembrare una sciocchezza….mi dispiace tanto, la croce che dovete portare è troppo pesante…inutile dire che è proprio ingiusto…..un abbraccio

  2. si rimane senza parole,rudi,come sempre e nemmeno io ce la faccio a scrivere quello che vorrei dirti e me ne vergogno profondamente…vi abbraccio forte,se serve…

  3. Una lacrima che solca il viso, un grande nodo in gola, il cuore che sembra fermarsi mentre gli occhi lucidi leggono con dolore il racconto dell’ennesimo primo giorno di libera uscita. Un abbraccio a te e Sabrina. Roberto.F.

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