Natale all’ospedale

Bb18y8pIYAA8c7q.jpg-largeNatale all’ospedale e una rima da filastrocca di scuola primaria.

Natale quest’anno è un ossimoro, come un pugno all’altezza dello stomaco che spezza il respiro.

Un pensiero va sempre ai malati che dovranno trascorrere le feste lontano da casa, perché costretti a restare in ospedale; quando questo capita a qualcuno dei tuoi cari, pensi a tutto quello che andrà perso, tutta quella annuale banalità fatta dei soliti riti, che quest’anno però mancherà da morire.

A cominciare da quello svegliarsi prima delle otto, con lo scampanellio del più piccolo e i mugugni del più grande, che però, in un attimo dopo un lungo sbadiglio, si alza di buon grado e anche lui, col fratello, parte alla ricerca dei regali nascosti in giro per casa, o appesi al soffitto con delle lenze da pesca, o dentro una tenda da Polo Nord nel buio di una stanza, illuminata solo da fioche lucine azzurre, una musica in sottofondo… per poi scartarli tutti insieme sule lettone; letto matrimoniale che non c’è più da mesi, sostituito da uno singolo di Ikea e l’altro, quello elettrico, col materasso anti decubito.

Penso che supereremo anche questa, che è niente rispetto a tutto il resto che abbiamo dovuto mandare giù nell’ultimo anno, che sarà mai…

Il pigro mettersi in moto della casa, prima degli ultimi preparativi del pranzo, quest’anno sarà sostituito dal “presto che sennò arriviamo tardi da mamma” che è là che ci aspetta, già sveglia almeno dalle sei, se le è riuscito di dormire.

I preparativi sono paradossalmente più lunghi di quelli di un Natale normale, perché sono più le cose da escludere (e sono tante) di quelle da poter fare e prevederle tutte e difficilissimo, molto più difficile, e meno divertente, di elaborare un menù, di pensare al centro tavola, immaginare la “mise en place”, chi sarà ospite il 25, chi il 26… tutte cazzate quelle, date retta: state tutti insieme alla stessa tavola, cazzo, che magari il prossimo anno non potrete farlo e se non lo fate a Natale quando? e se non lo capiscono a Natale, quando?

Niente pranzo della festa, si va là in ospedale e noi si mangia quello che si trova al bar e lei invece la sua dieta morbida, imboccata dalle vaschette di plastica, che si riconosce solo il colore delle pietanze: di primo una cosa grigiastra con un sugo rosso, di secondo una cosa beige di un tono solo leggermente più scuro del contorno, poi la mousse di mele e il budino al cacao o alla vaniglia, quello della domenica.

Arriverò vestito a puntino, con la casacca, i pantaloni e cappello rossi come si deve, barba e stivali e un cuscino per fare il pancione e il sacco con dentro i regali, tutto già pronto da quando so che sarebbe andata così questo 25 dicembre.

Riderò, rideremo, riderà. Porteremo della musica, ci saranno i toni allegri e le voci alte della festa, mentre scarteremo i pacchetti e ognuno avrà tanti regali come ogni volta, anche se pensarli e andarli a cercare è stato davvero una fatica, una cosa che non ci si crede, con nessuna voglia di comprare, nessuna curiosità di indovinare “chissà che faccia fa quando lo vede”, un buco nello stomaco e un chiodo nel cervello…

Poi a metà pomeriggio se ne andranno i suoi, portandosi i ragazzi, perché non voglio restino qui tutto il giorno; poi se ne andrà mia cognata, che anche questo fine settimana si è fatta i suoi bei settecento chilometri; io resterò ancora un po’, con indosso quel ridicolo costume rosso bordato di bianco, ma non farò neppure una piega, anzi, mi vedo già scherzare con i bambini in visita agli altri genitori ricoverati, questo Babbo Natale spilungone con la sua barba spelacchiata, vedrete se non riderò cazzo, vedrete se non rideranno, se non terrò su la testa e lo spirito.

Poi arriva l’ora di tornarsene, un bacio e una carezza, esco lungo il corridoio, arrivo alla macchina, penso a lei rimasta da sola nel suo letto e riparto per casa piangendo. Scommetti?

E comunque auguri a tutti.

P. s.: per me invece niente auguri quest’anno, davvero. Neanche commenti a queste righe, magari ne riparliamo a gennaio, grazie.

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