Metà giugno II

fotoCapita a volte che, quando servono, il caso ti faccia inciampare nelle parole che stavi cercando

Perché scrivo? Per paura. Per paura che si perda il ricordo della vita delle persone di cui scrivo. Per paura che si perda il ricordo di me. O anche solo per essere protetto da una storia, per scivolare in una storia e non essere più riconoscibile, controllabile, ricattabile…
Fabrizio De Andrè

Ho dormito sulla poltrona. Ho dormito male quanto ci si aspetta di dormire male su una poltrona, cercando di girarmi su di un fianco e sull’altro quando rigirarsi è quasi impossibile da fare, un gomito che s’impunta, un ginocchio che non trova spazio di cui avrebbe bisogno, la gamba che si intorpidisce.
Eppure avrei potuto stendermi sul letto qui accanto, quello a disposizione dei familiari dei degenti… Invece no, mi sono seduto lì molto tardi, con la tv accesa e mi sono trovato addormentato e prigioniero della poltrona, come se qualcuno mi avesse legato nel tentativo di estorcermi una confessione, senza dormire mai profondamente da riuscire a riposare in maniera accettabile, senza svegliarmi quel tanto che basta a capire che bastava spostarsi mezzo metro più in là per potersi stendere sul letto.

Poco dopo le sei, approfittando di un attimo di distrazione del carceriere, scroccando le articolazioni, mi sono messo seduto. Sabrina era già sveglia, gli occhi che vagavano da un punto all’altro del soffitto senza guardare davvero qualcosa, le labbra con quel leggero tremolio che, a fasi alterne, le animano da qualche giorno. La chiamo e mi guarda, accenna qualche parola veloce che non riesco a leggerle sulle bocca.
Buongiorno…” le sussurro.
Si scuote sbattendo le palpebre come riemersa da sott’acqua, un accenno di sorriso, più di sollievo che di saluto, per aver trovato un volto caro al risveglio in questo luogo nuovo.
Hai dormito tutta le notte tranquilla” è una mezza bugia, ho dormito male, svegliandomi spesso, ma ho dormito qualche ora, tempo nel quale avrebbe anche potuto riuscire a chiamarmi che non so se l’avrei sentita, ecco…

La muovo un po’ le braccia e mi accorgo con un sottile dispiacere di come la pelle, nei punti più tesi, sia diventata di carta velina nel giro di un giorno; o forse è solo questa luce, diversa da quella della terapia intensiva del Santorsola, meno diretta, più naturale, più radente a quest’ora del mattino, che scava le ombre e che restituisce questa sensazione.

Mi sembra così fragile, adesso, questa persona che da diciannove anni, e con ostinazione assoluta negli ultimi due anni e più, ha retto a tutti gli urti dei TIR che le sono passati sopra, piegandosi fino a strisciare sull’asfalto ed essersi escoriata la pelle, ma che ogni volta si è rialzata, per forza di cose più acciaccata di prima, ma con una tenacia apparentemente così semplice da praticare che, senza volerlo, ci ha insegnato molto, lungo tutto questo suo percorso fino ad arrivare in questa camera.

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