MEMBRI

The sons of the Desert

La prima e unica “banda” di cui ho fatto parte era composta da tre persone, mio fratello, un suo amico e io, che avrò avuto otto anni. Avevamo un regolamento, una parola d’ordine, un modo di salutarci per riconoscerci tra di noi, che poi in tre era abbastanza improbabile non riconoscersi, ma andava bene così, faceva parte della coreografia, del rituale: ci si dava la mano, occhiolino destro e occhiolino sinistro…

Agli uomini piace fare parte di un gruppo, meglio se esclusivo, pochi selezionati membri. Membri, appunto: non è un caso se il sostantivo maschile si riferisce anche al membro in quanto pene. Uomini veri, insomma.

Agli uomini piace sempre far parte di un gruppo, meglio se questo farne parte ha un’apparenza di esclusività, vera o presunta; e piace ancora di più se il gruppo è ammantato di mistero, se dall’esterno si ha la sensazione che quando quei tipi s’incontrano, chissà mai di cosa parleranno tra di loro; di certo affronteranno temi alti, distillando tali considerazioni che a un occhio distratto potrebbero apparire come precluse ai più, cioè quelli lasciati fuori dal cerchio magico.

Agli uomini piace sempre far parte di un gruppo esclusivo.
Ma quello che piace più di ogni altro aspetto di questo tipo di esclusività, è da sempre quando il consesso è segreto; esclusivo, misterioso e segreto…
Vabbè segreto… non esageriamo, segreto ma non troppo, altrimenti come fanno poi gli altri, quelli che ne vengono esclusi a sapere chi invece ne fa parte?
Perché di solito si sa sempre chi fa parte di ‘sti gruppetti, altrimenti viene a cadere uno dei motivi principali per cui entrarci, l’esclusività appunto, che fa sentire importanti perché si tratta di una esclusività apertamente dichiarata; affermata sotto voce, ma palese, altrimenti sarebbe come appartenere a una qualunque bocciofila, o un dopolavoro dei tanti, un circolino dove si gioca a carte e al sabato sera si fanno i balli di gruppo.

Certo, la segretezza oltre che formale (una formalità dalle maglie un po’ larghe, quasi un po’ slabbrata) spesso è anche sostanziale, quel tanto che basta di riservatezza, utilissima per trovare un accordo in tante piccole o grandi circostanze: un accordo al di là delle parti, sopra la parti, dietro alle parti, nonostante le parti… come si dice “in maniera trasversale”.

Sul Dizionario della Lingua italiana, alla voce trasversale, si può trovare: “…che interseca perpendicolarmente o obliquamente una linea presa come riferimento, per esempio: strada trasversale, partito trasversale, che unisce persone appartenenti ad aree politiche diverse, vendetta trasversale, indiretta contro i parenti della persona che si vuol colpire…
Solo alcune definizioni, tra le quali vorrei vi soffermaste solo un attimo in più sull’ultima, non vi ricorda niente?…

Alla domanda diretta “Ma insomma, ci sei dentro anche te oppure no?” alcuni interpellati all’inizio  tergiversano, né un si né un no (che guarda caso poi significa sempre si) trapela un malcelato imbarazzo, sembrano quasi vergognarsene un pochino. Ma è solo questione di tempo, di abitudine, si tratta di adattarsi ai nuovi abiti che prestissimo scopriranno essere della giusta taglia.

Verrebbe da pensare che tutti coloro che fanno parte di questi clan elitari, in quanto élite, siano perlomeno individui brillanti, dotati magari di uno spiccato raziocinio, oppure un estro particolare, in grado di avere intuizioni, capaci nell’elaborazione di un pensiero originale, persone al di sopra della media… invece poi scorri la lista e tra i nomi ne vedi tanti che davvero ti cadono le braccia. Ti cadono così in basso che quasi ti senti offeso nel pensare che Tizio e Caio, che sono notoriamente due cretini (passatemi il termine, ma non state a dirglielo, perché non ci arrivano; io lo so, voi anche, ci siamo capiti) Tizio e Caio dicevo, sono stati imbarcati mentre tu invece no; neppure te lo hanno mai prospettato di lontano e quasi ci resti male, perché per un attimo ti viene il dubbio di essere davvero un po’ più cretino di quei due là.

Tranquilli però: dura solo un attimo: subito dopo ti arriva il conforto della certezza che, si, forse sarai anche un pelo più cretino, sarai anche fatto a modo tuo, fatto male d’accordo, ma guardandoti indietro, rivedi il tuo percorso e puoi dire con tutta la serenità del caso di essere stato sempre molto meno ossequioso a prescindere (consentitemi il francesismo e leggete “meno leccaculo”)  anche un po’ meno manovrabile di Tizio e Caio e capisci che non avresti mai potuto essere utile a quel tipo di confraternita e tanto meno loro utili per te. La dirigenza del club ha bisogno di fare dei numeri e per reclutare tanti amichetti mica può guardare tanto per il sottile, la bassa manovalanza è servita, serve, servirà sempre e amen.

Quello che ogni volta mi lascia perplesso (leggete “quello che mi amareggia davvero”) è come possa accadere che l’adesione a questi club avvenga da parte di persone che non avreste mai creduto neppure voi. Persone che per il loro vissuto, la loro storia, i principi in cui dimostravano di credere, tutto avresti potuto dire tranne che avrebbero finito col farsi iscrivere anche loro, come niente fosse, in maniera appunto insospettabile, persuasi o tirati dentro da parenti, conoscenti, amici, colleghi di lavoro o di tennis.

Sia ben inteso: non c’è nulla di male in tutto questo.
Per me questi tizi potrebbero pure incontrarsi per discutere dell’ultima crisi in Medio Oriente, sulla politica nazionale, dell’inquinamento globale, se c’è o no la vita su Marte, o fare conversazione da ascensore “che tempo oggi eh?… lei a che piano va?”

Quello che non tollero (esatto, “non tollero” che mi fa stare male proprio come un’intolleranza alimentare) è quando questo loro sodalizio diventa il grimaldello che incide in qualche modo nelle vicende delle vite degli altri. Quel fare fronte comune che di comune ha solo l’appartenenza alla stessa confraternita e spesso nient’altro, l’appartenere a una scuderia che impone loro di schierarsi dalla stessa parte, alcuni inseguendo sogni di chissà quale gloria o personali rivalse, alcuni senza capirne i motivi, altri capendoli perfettamente ma chinando il capo.

Così, forti del gruppo che hanno alle spalle, iniziano il lavorio sotterraneo, suggeriscono e consigliano, pontificano con un’unica voce, ma sempre da dietro le quinte e finiscono con l’imporre la loro volontà, con lo scopo di cambiare la direzione degli eventi a loro esclusivo favore. Nella migliore delle ipotesi (oppure peggiore, dipende dai punti di vista) se ne restano in un angolo della piazza a fare finta di ammirare i monumenti per non sembrare coinvolti, mentre voi vi state scannando contro gli altri loro compari (che pure vi deridono, perché  sanno bene che andrà come hanno già deciso in altre stanze) su una questione che fino a pochi mesi fa li avrebbe visti al vostro fianco, fino a un attimo prima che si schiudessero loro le porte del tempio.
Un unico pensiero dominante; non importa quale.

Contenti voi…

foto: “The sons of the Desert” – Stan Laurel and Oliver Hardy, 1933

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