Pazienti

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L’appuntamento è per le 10, siamo il numero uno.
-…
– Se tutto va bene in dieci minuti siamo fuori
-Speriamo…

Tecnicamente si chiama “pregresso patereccio acuto del dito alluce del piede destro” un’unghia incarnita di Jacopo, che ha subito un trauma da pestone durante un calcetto; visto una quindicina di giorni fa, medicato e da controllare oggi per vedere che tutto proceda bene.

Alle dieci meno cinque siamo davanti all’ambulatorio numero 19 del reparto di dermatologia dell’Ospedale Sant’Orsola; almeno una decina di persone in attesa, una coppia di anziani, una signora in piedi con dei fogli in mano, due ragazzi, due coppie con dei bambini di pochi mesi, qualcun altro ancora.

Dopo un quarto d’ora esce una dottoressa, di fretta, che la signora in piedi prova a intercettarla per consegnarle i fogli, o almeno per chiedere a chi darli

– Adesso proprio no, siamo davvero presi…  lo dice quasi senza rallentare, il tono un po’ infastidito, il passo di fretta e svoltando a sinistra in un attimo sparisce lungo il corridoio.

Jacopo gioca col telefono, inizia a spazientirsi.
Io controllo la posta, qualche messaggio, le notizie, inizio a spazientirmi.
Torna la dottoressa seguita da due colleghi e rientrano nell’ambulatorio.

35 minuti di attesa, qualche segno di impazienza anche dagli altri astanti, che nel frattempo sono aumentati; adesso è arrivato un ragazzo circa dell’età di Jacopo, dal pronto soccorso, accompagnato dalla madre «ci passeranno avanti anche loro» penso.

Esce un’infermiera che chiede chi deve ancora consegnare le proprie prenotazioni, mi alzo e le do i miei fogli.
Siamo a tre quarti d’ora di attesa. Esce di nuovo l’infermiera che si rivolge a me

– Guardi, non ha ancora pagato il ticket, non vedo la ricevuta…
– Ah no, è vero; senta può entrare mio figlio da solo mentre vado a pagare?
– Sia gentile, faccia pure con comodo, non tocca ancora a voi. Lì dietro l’angolo trova lo sportello
– Ok grazie.

Vado, pago in un minuto, torno, mi siedo, Jacopo bofonchia qualcosa tra i denti, non sto a chiedergli di ripetermi perché immagino il tema. Ancora andirivieni di medici e infermieri.

Alle 11.10 mi alzo e faccio per bussare alla porta e chiedere spiegazioni. Nel mentre esce la dottoressa
– Scusate del protrarsi dell’attesa ma abbiamo avuto una medicazione particolarmente complessa che ci ha richiesto più tempo del previsto. Ancora un po’ di pazienza, grazie.
Mi siedo, poco soddisfatto dalla giustificazione.

Passa un minuto e la porta si apre di nuovo, escono prima una ragazza e un uomo seguiti da un ragazzo su di una sedia a rotelle spinta da quello che potrebbe essere il padre e dietro un altro ragazzo più giovane degli altri, forse il fratello. Quello sulla sedia a rotelle avrà 22, 23 anni, con la barba un po’ lunga, degli occhialini tondi, i lobi ornati con delle piccole campanelle; indossa una t-shirt bianca che lascia intravvedere un tatuaggio alla base del collo e un altro su una spalla.

Ha braccia e gambe amputate, poco sotto ai gomiti e poco sotto alle ginocchia.

Parlottano tra loro chiedendosi dove sia la macchina del caffè e se faranno in tempo a prenderlo prima dell’arrivo dell’ambulanza che li deve riportare al reparto. Scherzano anche. La ragazza, forse la morosa del ragazzo in carrozzina, telefona, qualche parola e poi poggia il cellulare sull’orecchio del ragazzo per farlo parlare
– Tutto bene, si un po’ di fastidio. No no, tutto bene dicono, come ci avevano anticipato, si  si va bene, grazie. Ciao ciao.

L’unghia di Jacopo inevitabilmente cadrà, pazienza, dopo un po’ ricrescerà senza troppi problemi.
– Mi raccomando scegliete un tipo di calzatura differente dalle solite snikers l’ultima raccomandazione del medico.

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